Camillo di Christian RoccaDiplomazia e piani d'attacco

New York. L’America è pronta a distruggere i siti nucleari iraniani? Secondo i giornali inglesi, sì. Anche se, a dare retta ai britannici, la Casa Bianca avrebbe dovuto bombardare l’Iran già cinque o sei volte negli ultimi due anni. Il ministro francese Bernard Kouchner pensa che il confronto sia probabile e invita “il mondo a prepararsi al peggio” di fronte alla crisi. I grandi giornali americani sono più cauti, al massimo raccontano la solita divergenza di vedute tra i falchi di Dick Cheney e le colombe di Condoleezza Rice, con il segretario alla Difesa Bob Gates a fare da mediatore. Gli analisti più scettici, invece, sospettano che la Casa Bianca non abbia una vera politica iraniana, ma che proceda piuttosto a tentoni, una volta considerando l’Iran come il paese chiave dell’asse del male, un’altra come un avversario con cui è possibile trovare un accordo. Domenica mattina, in diretta tv, Gates ha risposto alle speculazioni dei giornali britannici sull’imminenza di un attacco militare di Washington, spiegando che l’Amministrazione Bush è impegnata, per ora, a usare contro la minaccia nucleare iraniana soltanto mezzi diplomatici ed economici. Gates s’è rifiutato di discutere di “ipotesi” riguardanti che cosa il presidente potrebbe o non potrebbe fare e ha ribadito che “l’Amministrazione a questo punto crede che continuare a provare e ad affrontare la minaccia e la sfida iraniana con i mezzi diplomatici ed economici sia di gran lunga l’approccio migliore ed è quello che sta usando”. Giornalisti radical, blogger e teorici della cospirazione non ci credono, anche perché Gates, così come i candidati alla Casa Bianca, sia repubblicani sia democratici, conferma che il presidente, qualunque presidente, tiene sempre aperta la porta a qualsiasi opzione, compresa quella militare. Sulla rete si leggono indiscrezioni a proposito di una campagna mediatica autunnale sui giornali conservatori, orchestrata dall’ufficio del vicepresidente Cheney, per cominciare a costruire il consenso popolare per un attacco preventivo. Il Daily Telegraph di Londra ieri ha raccontato dei piani elaborati dal Pentagono su circa duemila obiettivi iraniani, mentre il ministro degli Esteri francese ha lasciato intendere che lo showdown è imminente. Anche le audizioni al Congresso del generale David Petraeus e dell’ambasciatore Ryan Crocker hanno alzato il livello d’attenzione nei confronti di Teheran. Pur essendo un dossier diverso da quello nucleare, l’influenza iraniana in Iraq è ormai apertamente considerata uno dei fattori decisivi del caos iracheno. Il confronto con l’Iran, sostengono fonti di intelligence citati dai giornali inglesi, potrebbe cominciare proprio dall’Iraq, con le forze americane pronte ad oltrepassare la frontiera per distruggere i campi di addestramento dei terroristi e le fabbriche di bombe usate in Iraq per le stragi. A questo si è aggiunta la notizia del raid aereo israeliano del 6 settembre su un sito siriano dove pare ci fosse materiale nucleare di provenienza nordcoreana destinato ai filo-iraniani di Hezbollah. Il rapporto nucleare tra Siria e Corea, e la triangolazione con l’Iran, è confermata da fonti diplomatiche e militari di qua e di là dell’Atlantico. Il raid israeliano, eseguito con il benestare americano, ricorda il precedente di Osirak, nel 1981, quando gli israeliani distrussero la centrale nucleare di Saddam. Ma può anche essere considerato come la prova generale di un prossimo raid sui siti atomici iraniani. Alle voci di un attacco, Teheran ha risposto con 600 missili Shihab-3 puntati su obiettivi israeliani e con una dozzina su basi americane in Iraq, pronti a essere lanciati in caso di attacco contro l’Iran o la Siria. Gli ayatollah hanno criticato anche la nuova Francia di Nicolas Sarkozy, considerata ormai dipendente dagli Stati Uniti. Il vicepresidente iraniano ha detto che “non dimenticherà”, il capo dell’Agenzia atomica Onu, Mohammed ElBaradei, il ministro Massimo D’Alema e i diplomatici tedeschi hanno invitato Kouchner a non parlare di guerra. Lo scenario bellico, però, contrasta con le manovre diplomatiche. A Baghdad si lavora al quarto giro di incontri tra Iraq, Iran e Stati Uniti. Venerdì, a Washington, i cinque seggi permanenti del Consiglio di sicurezza, più la Germania, discuteranno di nuove e più efficaci sanzioni. Due anni di tentativi di persuasione internazionale non sono serviti. Teheran non ha abbandonato né rallentato i piani nucleari e non ha rispettato il patto del mese scorso con l’Agenzia atomica, in base al quale avrebbe dovuto fornire risposte su alcune attività sospette. Il 24 settembre, intanto, all’Assemblea generale di New York ci sarà anche Mahmoud Ahmadinejad.

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