Camillo di Christian RoccaHillarycare 2.0

New York. C’è la sicurezza nazionale, poi la sicurezza sanitaria. La corsa alla Casa Bianca del 2008 si gioca intorno a questi due grandi temi di politica estera e interna. Alla fine prevarrà il candidato capace di coniugare esperienza e cambiamento, almeno questa è la speranza di Hillary Clinton e dei suoi consiglieri. La senatrice di New York, grazie al manipolo di rodati consiglieri clintoniani, è già la più affidabile tra i candidati democratici sulle questioni di politica estera, a maggior ragione sulla riforma sanitaria di cui è una paladina dal 1993. Fuori dalle mura del Partito democratico, però, la riforma sanitaria è un tasto molto delicato. Se c’è una cosa per cui Hillary è odiata è proprio il suo mastodontico e arrogante tentativo del 1993 di statalizzare la sanità americana, di aumentare le tasse per garantire la copertura universale e di livellare verso il basso il servizio offerto ai cittadini. Secondo i manuali politici di Washington, visto il tonfo precedente, la sanità sarebbe un tema che Hillary non dovrebbe affrontare, ma il suo guru elettorale, Mark Penn, è un seguace della dottrina Karl Rove, il genio di Bush, secondo cui una delle chiavi per vincere le elezioni è utilizzare a proprio vantaggio i fattori di debolezza del candidato. Lunedì mattina, così, Hillary ha presentato il suo nuovo piano di riforma sanitaria, sottolineando il più possibile come l’esperienza di quattordici anni fa la metta nelle condizioni migliori, rispetto ai suoi concorrenti Barack Obama e John Edwards, di non ripetere gli errori del passato e di ottenere un risultato. In Iowa, Hillary ha presentato il suo progetto, molto simile a quello dei suoi avversari, ma con un’allure e una gravitas maggiori rispetto ai novizi Obama ed Edwards. I due sono stati costretti a criticarla sul piano personale: Obama ha detto che Hillary non ha la capacità di unire gli americani, mentre per Edwards l’ex first lady non può riformare il sistema perché fa parte dell’establishment di Washington. Le critiche dei repubblicani sono state più prevedibili – “sanità socialista”, “una riforma alla Michael Moore” – anche se Hillary ha ricevuto gli elogi di un editorialista neoconservatore come David Brooks sul New York Times di ieri. Lo stesso Rove, sul Wall Street Journal, ha spiegato ai repubblicani che per vincere le elezioni la questione della sanità è da affrontare, non da evitare, tornando alla ricetta liberale che Bush non è riuscito a far passare al Congresso. Il nucleo del piano di Hillary è l’obbligo individuale di avere un’assicurazione sanitaria. Qui c’è l’unico grande punto di differenza con Obama (ma non con Edwards), perché il senatore nero dell’Illinois non impone l’obbligo. Nel 1993 Hillary si mise contro le piccole aziende, i grandi gruppi, le compagnie assicurative e spaventò quegli americani contenti dei propri piani sanitari. Ora garantisce la libertà di scelta e, prendendo a prestito l’idea dai repubblicani, anche agevolazioni fiscali a quei cittadini costretti a spendere più di una percentuale del proprio stipendio per l’acquisto della polizza. Alle grandi e piccole aziende impone di fornire ai dipendenti un’assicurazione o di contribuire a un fondo nazionale. Le grandi aziende, in realtà, forniscono già la copertura sanitaria, grazie alle agevolazioni fiscali, mentre alle piccole Hillary promette un ulteriore “tax credit”. Le loro prime reazioni questa volta sono state positive. Nel nuovo schema, i cattivi restano gli assicuratori, sicché a loro Hillary impedisce di negare le polizze, o di farle pagare cifre proibitive, ai cittadini con gravi problemi di salute. Il costo per le casse federali del suo piano sarà di 110 miliardi di dollari l’anno, che Hillary pensa di recuperare cancellando i tagli delle tasse decisi da Bush a favore di chi guadagna più di 250 mila dollari. Una buona metà della cifra dovrebbe arrivare dall’eliminazione delle inefficienze. Hillary, inoltre, ha scelto esplicitamente di seguire il metodo Bush: il suo progetto contiene soltanto l’esposizione dei principi generali, per i dettagli c’è il Congresso.

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