Camillo di Christian RoccaI Grillo Democrats

Giovani, carini e miliardari guidano incavolati neri il Partito democratico americano. Solo Hillary può fermarli

di  Christian Rocca

I Grillo Democrats ci sono anche in America, eccome se ci sono. Anzi sono già allo stadio successivo rispetto allo spontaneismo politico generato dal comico genovese: in America guidano già, di fatto, il Partito democratico di Harry Truman, Franklin Delano Roosevelt, John Kennedy e Bill Clinton. O, per usare le parole di uno dei loro leader internettiani, Markos Moulitsas, “il partito ormai è di nostra proprietà”. I democratici americani oggi sono guidati da questi militanti riuniti nelle sezioni virtuali di Internet e finanziati da un gruppo di miliardari radical che, in cambio della loro firma sugli assegni, pretendono di dettare la linea, molto spesso formatasi alla lettura mattutina degli editoriali del New York Times.
MoveOn.org, America Coming Together, DailyKos, MyDD sono le punte più avanzate del movimento. George Soros, l’arcipelago hollywoodiano e un imponente gruppo di billionaire riunito nella misteriosa Democracy Alliance sono i benefattori che dispensano soldi e determinano fortune politiche. Internet e i blog sono il mezzo di aggregazione e comunicazione di questo nuovo girotondo politico. Howard Dean, oggi presidente del Comitato nazionale del partito, è il padre nobile. Il suo ex stratega elettorale Joe Trippi è il loro Karl Rove. Rob Stein è il paziente ideatore del network, ispirato alla rivoluzione culturale repubblicana finanziata da altrettanti miliardari conservatori. Tre perfetti sconosciuti come Markos Moulitsas, Jerome Armstrong, Gina Cooper contano ben più di Ted Kennedy e dei vecchi leoni del partito.
Il buco nelle rigorose leggi sul finanziamento delle campagne elettorali americane ha fatto il resto. Negli Stati Uniti, infatti, ogni cittadino può contribuire con un massimo di 2.300 dollari alla campagna elettorale di un candidato, ma non ci sono limiti ai contributi per le campagne tematiche di gruppi politici non legati a questo o quell’aspirante a un seggio. Il buco è stato riempito dall’attivismo dei blogger e dai bonifici dei miliardari, sia gli uni che gli altri accecati dall’odio anti Bush. Nel ciclo elettorale del 2004, quando John Kerry è stato sconfitto da George W. Bush, America Act Together ha raccolto, e speso, 150 milioni di dollari e George Soros ha investito 30 milioni di dollari del suo patrimonio personale per defenestrare il presidente in carica. Ma, allora, il movimento dei blogger muoveva ancora i primi passi. Tre anni dopo non è più così, quel mondo ha conquistato consapevolezza nei propri mezzi e può contare su cifre decisamente più alte.
Anche i conservatori hanno la loro base radicale internettiana, e i loro grandi finanziatori, ma con l’eccezione della questione dell’immigrazione sono quasi sempre al servizio delle idee sfornate dai centri studi della Right Nation, non alla guida. A sinistra accade l’opposto: blogger e miliardari si sono conquistati e comprati la politica e l’anima del Partito democratico, come racconta “The Argument – Billionaires, bloggers and the battle to remake democratic politics”, un bellissimo libro scritto da Matt Bai, inviato di politica interna del magazine del New York Times. Giornalista di non celate simpatie democratiche, Bai è stato il primo rappresentante della stampa tradizionale a seguire da vicino il fenomeno e il cambiamento in corso nel mondo liberal. La tesi di Bai è dolorosa e devastante: al contrario che a destra, a sinistra c’è un enorme vuoto di idee, temporaneamente riempito dal populismo dei blogger e dalle ambizioni dei miliardari. Uno dei motivi è il modo in cui sono stati utilizzati questi soldi e il ruolo dei finanziatori. Negli anni Settanta, dopo la clamorosa sconfitta del candidato repubblicano Barry Goldwater, alcune illuminate famiglie conservatrici decisero di donare parte della loro fortuna a favore di istituti, centri studi e fabbriche di pensiero che potessero far scoppiare un nuovo rinascimento delle idee conservatrici. Grazie a quei soldi, nacquero i think tank e le borse di studio che hanno prodotto le idee alla base della rivoluzione reaganiana e dell’attuale Right Nation. Quei miliardari, però, si limitarono a fornire mezzi e strumenti agli studiosi, non si misero mai a dettare la linea. A sinistra, lamenta Matt Bai, capita il contrario: chi paga, vuole comandare e crede che vincere la battaglia nel mondo delle idee e della politica sia un gioco da ragazzi per chi ha avuto successo nel mondo del business. L’esito è disastroso, i democratici non hanno una visione nuova e moderna della società, si limitano a difendere i grandi principi degli anni Trenta e Sessanta e non trovano un “argomento” unificante – che non sia l’odio nei confronti dell’avversario – su cui poter costruire le basi di un nuovo modello sociale. Credono, in sostanza, che le sconfitte democratiche non siano dovute a mancanza di idee per il futuro, ma frutto di una certa incapacità e inefficacia dei suoi attuali interpreti. La tesi del libro di Bai, ha sintetizzato il libertario Nick Gillespie nella sua recensione sul Times, è che in America non esiste un partito più intellettualmente morto del Partito democratico (con la possibile eccezione di quello repubblicano).
Giovani, carini e miliardari, i nuovi padroni dell’anima del Partito democratico sono contro tutto e tutti, specie contro quei deputati e senatori democratici che non scendono in trincea. Alla base del loro successo c’è lo stesso sentimento antipolitico alimentato dai giornali liberal che percorre l’Italia, il medesimo odio feroce nei confronti dell’avversario (Berlusconi da noi, Bush in America), che si trasforma in brutale disprezzo per chiunque della propria parte non demonizzi l’avversario e non si batta con tutte le forze per annientarlo civilmente e politicamente. Guai ai politici di centrosinistra che parlano con i repubblicani, sono traditori da mettere alla gogna. E se non si oppongono anche fisicamente a qualsiasi proposta repubblicana, anche a quelle sensate, diventano apostati che meritano la fine della loro carriera politica.
Con questo metodo, con questa inaudita pressione sui vertici del Democratic Party, irrorata da denaro fresco raccolto velocemente su Internet e dalle mega donazioni dei miliardari, questo girotondo di “netroots”, i militanti della rete, e “billionaires”, i mega-ricchi, si è appropriato della piattaforma politica della sinistra americana e non la molla più. I vecchi leader di partito sono costretti a genuflettersi davanti ai nuovi padroni, ragazzetti e miliardari senza cultura politica improvvisamente ascoltati come oracoli e fini pensatori.
L’unico ostacolo alla loro presa definitiva del potere è Hillary Clinton, la cui possibile presidenza potrebbe riportare moderazione e centrismo nel partito. Negli ultimi 31 anni, i Democratici hanno vinto le elezioni presidenziali soltanto durante la terza via clintoniana, prima e dopo soltanto batoste. Eppure i Grillo Democrats non sopportano esattamente quel centrismo, quella moderazione. In una parola non sopportano il clintonismo. Hillary è odiata, forse anche qualcosa in più, ma la senatrice di New York negli ultimi mesi ha fatto di tutto per smussare gli angoli, abbandonando la sempre meno incisiva ala centrista del partito che Bill aveva condotto alla Casa Bianca. Hillary guida una macchina elettorale perfetta che per non perdere terreno a sinistra prova ad andare incontro alle richieste dei netroots. Non solo, Hillary è riuscita a mettere un suo uomo, il fedelissimo John Podesta, già capo dello staff di suo marito, a controllare da vicino le mosse dei miliardari di Democracy Alliance. I più avvertiti tra di loro fiutano aria di truffa e non si fidano dell’ex first lady né, soprattutto, del suo guru elettorale Mark Penn.
Resta il fatto che tutto l’asse politico del Partito democratico s’è spostato su posizioni populiste e intransigenti. Quello che un tempo era il partito del libero scambio oggi è scettico sulla globalizzazione. Il partito che con Clinton aveva portato l’America a firmare trattati commerciali con i paesi del continente ora boccia i medesimi accordi che Bush vorrebbe concludere con i paesi asiatici. Quello che con Wilson, Truman e Kennedy era il partito della missione civilizzatrice americana e con Clinton faceva la guerra preventiva, unilaterale e geostrategica nei Balcani è diventato il bastione dell’isolazionismo. Giorno dopo giorno il partito s’è spostato a sinistra, più per le pressioni dei Grillo Democrats che per convinzioni o per ragioni strategiche.
John Edwards, un tempo senatore e candidato presidenziale centrista, è stato il primo a mettersi sulla lunghezza d’onda dei netroots, grazie al suo consigliere Joe Trippi che nel 2003 aveva guidato la campagna elettorale di Howard Dean. Edwards ha costretto Barack Obama e Hillary a seguirlo, per non perdere completamente il sostegno dei militanti alle elezioni primarie.
L’inizio di questa settimana è stato emblematico. Esistono dei temi tabù per i democratici, materie da maneggiare con cura se si vuole provare a vincere le elezioni. Una è l’idea di statalizzare la sanità, un’altra è la tendenza ad aumentare le tasse, la più importante è l’inaffidabilità sui temi della sicurezza nazionale. Eppure questa settimana, spinti dal vociare in sottofondo dei blogger e in una rincorsa ad apparire il candidato più di sinistra possibile, Hillary ha presentato un piano per la riforma sanitaria che ha subito fatto pensare al suo tentativo fallimentare di tredici anni fa, Obama ha proposto un piano di aumento delle tasse per chi guadagna più di 250 mila dollari da distribuire ai poveri e alla classe lavoratrice, Edwards  gira il paese accusando Hillary di essere parte del sistema “corroso e corrotto” di Washington.
La forza d’urto dei Grillo Democrats s’è vista il giorno dell’audizione al Congresso del generale David Petraeus. MoveOn.org ha accolto il generale con una pagina pubblicitaria pubblicata dal New York Times in cui, con il gioco di parole “General Petraeus or General betray us?”, accusava il più rispettato generale del paese di aver tradito l’America. Per giorni, e ancora oggi, non s’è parlato d’altro che di questa pagina pubblicitaria, a cui i vertici del New York Times hanno concesso uno sconto di oltre 100 mila dollari, scatenando proteste e una battuta mica male sulla linea editoriale del giornale newyorchese: “Non si capisce perché MoveOn.org abbia scelto di pagare, quando può avere gratuitamente tutti gli editoriali che vuole”. Il leader del Senato Harry Reid è l’esempio più eclatante dell’effetto della presa di potere dei blogger e dei miliardari. La settimana scorsa, dopo l’audizione di Petraeus, Reid ha cercato con buon senso una soluzione di compromesso con i repubblicani e si è lasciato andare a commenti positivi sul presidente Bush che finalmente aveva ascoltato il paese che chiedeva una riduzione delle truppe in Iraq. Lunedì, però, Reid ha partecipato a una poco pubblicizzata riunione newyorchese con i militanti arrabbiati e s’è dovuto difendere lui stesso dalle accuse di tradimento. Il risultato è stato un contrordine compagni, l’innalzamento della barricata e un’altra sconfitta mercoledì sera nell’aula del Senato. I netroots sono contenti, ma il partito non va da nessuna parte, anzi regala giorno dopo giorno speranze di successo agli ammaccatissimi repubblicani. Rudy Giuliani ha colto al volo l’occasione, producendone uno contro MoveOn.org e si dice certo che saranno proprio i Grillo Democrats a eleggerlo alla Casa Bianca.
La consapevolezza del loro potere, i Grillo Democrats l’hanno avuta nel 2005, quando si misero in testa di cacciare Joe Lieberman dal partito, sfidandolo alle primarie. Il senatore del Connecticut è un democratico moderato, detentore a Capitol Hill di un perfetto curriculum liberal. Nel 2000 Al Gore lo aveva scelto come suo vicepresidente e solo una manciata di schede annullate in Florida gli ha impedito di occupare il posto oggi di Dick Cheney. Eppure i blog hanno deciso che Joe Lieberman era il male assoluto, perché colpevole di condividere con la Casa Bianca l’idea di destituire Saddam Hussein ma, soprattutto, di non aver cambiato idea – al contrario dei suoi colleghi di partito – sull’onda della protesta pacifista.
I blogger hanno puntato le loro carte sul miliardario Ned Lamont, sfidante alle primarie del partito. I democratici del Connecticut si sono fatti convincere, Lamont ha vinto e Lieberman è stato costretto a uscire dal partito e a candidarsi 0da indipendente. Alle elezioni generali, dove votano tutti e non solo i militanti, Lieberman però ha vinto facilmente e prevedibilmente. In teoria questo episodio avrebbe dovuto far riflettere e, magari, convincere che la radicalizzazione non paga. Eppure è successo il contrario e, da allora, blogger e miliardari si occupano principalmente di individuare senatori e deputati democratici moderati e di minacciarli apertamente di replicare il metodo Lamont alle elezioni primarie.
I Grillo Democrats hanno un loro uomo nel cuore di Washington, Howard Dean, l’antesignano del nuovo girotondo virtuale. Alla fine del 2003, il velleitario candidato dell’ala liberal aveva deciso di sfidare l’establishment del partito puntando su Internet, sui blog, sulla mobilitazione telematica dei giovani trasformati in militanti a distanza e, soprattutto, sulla formidabile idea di usare la Rete come collettore di finanziamenti dal basso. Una mossa geniale, anche perché aveva  consentito ai democratici di accedere ai piccoli contributi di singoli cittadini che sono sempre stati uno dei punti di forza del fund-raising repubblicano. In breve tempo Dean ha raccolto 40 milioni di dollari e, grazie al sostegno dei giornali liberal, per qualche tempo è sembrato il candidato favorito alla nomination per sfidare Bush nel 2004. La bolla Dean si è sgonfiata al primo contatto con la realtà, al momento del voto reale nel caucus dell’Iowa e con alle primarie in New Hamsphire. Anche in questo caso, la lezione avrebbe dovuto far riflettere gli strateghi del Partito democratico, invece Howard Dean è stato eletto presidente del Comitato nazionale del partito e ha potuto continuare la sua battaglia dall’interno. Dean ha cominciato a corteggiare i blogger e a estendere le attività del partito in zone conservatrici dell’America che i democratici avevano abbandonato da tempo.
Il successo alle elezioni di metà mandato del 2006 è stato il momento decisivo e rischia di essere la vittoria di Pirro del mondo liberal. La gran parte degli analisti crede che sia stata più una sconfitta dei repubblicani e di Bush che una vittoria del Partito democratico. Nei collegi chiave è stato decisivo l’arruolamento di candidati conservatori nelle file democratiche e non è un caso che ora il gradimento per il Congresso a maggioranza democratica sia addirittura più basso di quello per Bush. Blogger e miliardari credono invece che quella vittoria sia tutto merito loro, della svolta radicale che sono riusciti a imporre alla politica democratica.

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