Camillo di Christian RoccaIraq, il giorno è il 10 settembre

New York. Il grande giorno è lunedì 10 settembre, quando il generale David Petraeus e l’ambasciatore Ryan Crocker racconteranno al Congresso che cosa sta realmente succedendo in Iraq dopo l’avvio della nuova strategia militare decisa a gennaio dalla Casa Bianca. Seguiranno altre indagini indipendenti, fino a quando, il 15 settembre, la Casa Bianca presenterà le sue proposte. Si prevede già che Bush accoglierà il probabile suggerimento di Petraeus di continuare fino a primavera il “surge” (il livello attuale di truppe in Iraq), lasciando intendere che se i risultati sul piano militare continueranno a essere positivi, come segnalano tutti i rapporti ufficiali, indipendenti e giornalistici, a marzo o aprile 2008 si potrebbe cominciare a ridurre il numero delle truppe (i teorici della cospirazione sostengono che Bush sia alla ricerca di soldati per attaccare l’Iran).
E’ molto probabile, inoltre, che la Casa Bianca delinei una nuova strategia politica per l’Iraq, ribaltando quella di questi mesi. Finora Bush ha puntato le sue carte sul centro, su Baghdad, per provare una riconciliazione nazionale tra le fazioni religiose ed etniche che potesse poi avere effetti a cascata sulle 18 province irachene. La strategia ha funzionato soltanto riguardo alle province curde ed è fallita in buona parte del paese. L’idea alla base del “surge”, infatti, era quella di ridurre la violenza settaria, consegnare il controllo del territorio alle autorità irachene e garantire un livello accettabile di sicurezza per consentire al governo di Baghdad di concentrarsi sulla riconciliazione nazionale. La strategia di Petraeus sembra aver funzionato (la violenza è diminuita), ma i politici iracheni non ne hanno approfittato, anzi secondo alcuni osservatori americani non ci hanno nemmeno provato. Il punto è che gli sciiti si sentono troppo forti per essere costretti a negoziare, i sunniti troppo deboli per sedersi al tavolo delle trattative e le potenze regionali, compresa la Russia e la Cina, sono ben contente che l’America rimanga impelagata in Iraq. Qualche passo in avanti è stato fatto, ma i tempi politici di Washington sono ben più veloci di quelli di Baghdad. Il recente rapporto del Gao, l’ufficio di controllo del Congresso, ha fotografato le incapacità politiche di Baghdad, sebbene la sua valutazione sia stata criticata dall’Amministrazione. Il Gao è stato costretto a cambiare il rapporto, fino a concedere che 7 dei 18 obiettivi che il Congresso aveva imposto a Baghdad sono stati interamente o in parte rispettati (nella prima versione erano soltanto tre, mentre per il Pentagono sono 10, più due ancora troppo presto per essere giudicati).
A livello locale, però, la situazione è cambiata radicalmente: le zone sunnite, un tempo guidate dalla guerriglia o da al Qaida, si sono schierate con gli americani, anzi si fidano più degli americani che del governo iracheno. Le ragioni sono due. Le tribù hanno visto i jihadisti all’opera, si sono ribellate e hanno chiesto l’aiuto dei marine. Inoltre si sono rese conto di non avere più alcuna possibilità di tornare alla guida dell’Iraq, come ai tempi di Saddam. La nuova alleanza è fragile, ma la Casa Bianca non vuole farsi sfuggire l’occasione di provare a facilitare una riconciliazione nazionale dal basso verso l’alto, anziché dal centro verso la periferia.
La Cbs racconta il nuovo clima
Dopo aver ascoltato tutte le relazioni e i rapporti, la parola passerà al Congresso. Ad agosto i leader del Partito democratico sono andati in vacanza convinti che a settembre sarebbero riusciti a cambiare rotta in Iraq. I progressi sul campo hanno ribaltato la prospettiva. Il leader Harry Reid, a luglio, aveva rifiutato ogni ipotesi di compromesso, ora va dicendo che “non è detto che la nostra posizione sia l’unica possibile”. Fuor dal politichese, ora i democratici sono pronti ad andare incontro ai repubblicani, magari con un testo che inviti al ritiro, ma senza una scadenza fissa. L’opinione pubblica, intanto, crede di nuovo che la guerra non sia affatto persa, anzi che ora si possa vincere. Gli articoli degli inviati in Iraq dei grandi giornali liberal confermano la nuova tendenza. Il tg della Cbs in questi giorni trasmette in diretta dall’Iraq e gli splendidi servizi di Katie Couric raccontano il cambiamento di clima a Falluja e altrove: “I progressi sono reali”. Al Congresso ci sono iniziative bipartisan guidate dai repubblicani che temono di perdere il seggio e dai democratici che sono stati in Iraq e che ora, per questo, sono oggetto di violente campagne politiche dei blogger e dell’ala radicale. In tv si scontrano gli spot dei sostenitori della guerra e dei pacifisti, mentre i big dei due partiti rifiutano di concedere agli avversari l’inconcludenza politica e i progressi militari. Alla fine è molto probabile che si farà come vuole Bush.

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