Camillo di Christian RoccaLa sinistra pro Ramadan e anti Allam

Il Corriere della Sera ha preso al volo l’occasione, contenuta in un paio di articoli del Foglio di due settimane fa, per intavolare una gran discussione culturale e politica sullo scontro tra gli intellettuali liberal e di sinistra americani ed europei intorno alla figura di Tariq Ramadan. La domanda che si pone il Corriere è se si possa dialogare con i cattivi maestri come Ramadan. Nello schema, Paul Berman e Christopher Hitchens, i due principali teorici di sinistra del fascismo islamico, sarebbero contrari a parlare con Ramadan, mentre Ian Buruma e Mark Lilla favorevoli, e con loro anche il giornale dell’ex Pci, l’Unità, il quotidiano di Rifondazione comunista, Liberazione, e Gian Enrico Rusconi della Stampa. Oltre che l’Einaudi di Torino e di Silvio Berlusconi, curiosamente casa editrice sia di Ramadan, sia di Berman, sia di Hitchens, sia di Buruma e vedremo se anche di Mark Lilla.
Ma è questo il punto? E’ davvero questa la questione cruciale del dibattito in corso? Oppure, ancora più clamorosamente, non stiamo assistendo a un’ulteriore prova della trasformazione della sinistra liberal – e parlo di quella liberal, non di quella socialista o ex comunista – in qualcosa di diverso, in qualcosa che sarebbe formidabile poter definire con una parola diventata tabù, in quanto già utilizzata nel 1973 dal socialista Michael Harrington nei confronti di un gruppo di intellettuali americani di sinistra che si stava spostando a destra? La parola è “neoconservatore”, anche se il senso sarebbe opposto a quello odierno. Voglio dire: non è che questo dibattito su Ramadan dimostri come l’intellighenzia liberal, a cominciare da Lilla e Buruma, sia diventata portatrice di un nuovo pensiero conservatore? Considerate la tesi del libro di Lilla, da cui è partito il dibattito. Il nucleo centrale di “The Stillborn God”, sposato dal magazine del New York Times e lodato da importanti intellettuali di sinistra, non potrebbe essere più conservatore (e non è un caso che Lilla fino a pochi anni fa sia stato uno studioso di area neocon e oggi sia un pupillo della sinistra). Lilla, infatti, avverte il pericolo del peso nella società della teologia politica, ma anche l’annacquamento liberale della religione. Sia l’una che l’altro, secondo Lilla, finiscono per creare culti messianici che minacciano la cultura liberale. Oggi la sinistra intellettuale che conta, quella che si ritrova sulle pagine del New York Times e della New York Book Review, abbraccia le idee di Lilla e considera Christopher Hitchens, l’autore di “Dio non è grande”, come un traditore al servizio di George W. Bush e della sua cordata di evangelici. Mica male, no?
Quanto a Ramadan, poi, siamo sicuri che Hitchens e Berman non vogliano parlare con il nipote del fondatore dei Fratelli musulmani? Quanto è successo al Festival di Mantova dimostra il contrario. Il Corriere racconta che, originariamente, era previsto un incontro tra Hitchens e Ramadan, poi saltato perché Ramadan ha detto di no. Ramadan, non Hitchens. Ed è finita che Hitchens aveva talmente voglia di dialogare con Ramadan, da essere andato all’incontro come semplice spettatore, in modo da potergli finalmente parlare.
E Paul Berman? Mentre Lilla e Buruma e i loro sostenitori italiani continuano a dire che bisogna dialogare con Ramadan – senza però avviare nessun dialogo, se non per dargli ragione come diceva Totò “a prescindere” – Berman ha scritto un lungo saggio pubblicato da New Republic e dal Foglio che è il primo tentativo pubblico di dialogo serio con Ramadan. Il saggio si intitola “Chi ha paura di Tariq Ramadan?” e Berman, avendolo scritto, evidentemente non è tra quelli che hanno paura del confronto. Ed è bizzarro che l’articolo di ieri scritto da Rusconi sulla Stampa a favore del dialogo con Ramadan e contro le posizioni di Berman sia stato titolato proprio “Chi ha paura di Ramadan?”, esattamente come il saggio di Berman. A quel saggio, Ramadan non ha risposto, e nemmeno Lilla e Buruma, se non per dire che Berman non vuole dialogare con Ramadan. Anzi sia Lilla sia Buruma (quest’ultimo scrive anche su Repubblica) sostengono l’insensatezza di ascoltare i dissidenti del mondo islamico, perché essendo costoro laici e liberali, al contrario di Ramadan, non possono influire sulla società islamista. Il punto, quindi, non è Ramadan, è l’intellighenzia liberal che con una plastica giravolta ideologica ora elogia il ruolo di un cultore della sharia e si fa vanto di denigrare le coraggiose battaglie di Ayaan Hirsi Ali, Magdi Allam e di quel frocio di Pim Fortuyn. Battaglie che, un tempo, erano considerate liberali e di sinistra.
Christian Rocca

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