Camillo di Christian RoccaNessuna strategia sull'Iran

New York. L’attenzione è sulla situazione militare e politica in Iraq, ma ad ascoltare le audizioni del generale David Petraeus e dell’ambasciatore Ryan Crocker il vero problema sembra essere l’Iran. Le relazioni dei due inviati di Bush fanno infatti pensare che ciò che manca in questo momento agli Stati Uniti sia soprattutto una politica iraniana. Petraeus e Crocker hanno fornito decine di esempi di influenza iraniana negli affari dell’Iraq, dalla fornitura di armi, all’addestramento delle milizie sciite, dagli atti di destabilizzazione politica, al finanziamento della violenza settaria. Petraeus ha confermato che in Iraq le truppe americane e irachene hanno ucciso o catturato diversi agenti iraniani. E’ notizia di ieri, inoltre, che gli americani hanno ucciso un ufficiale dei servizi segreti iraniani a Samarra, insieme con 12 terroristi di al Qaida, a dimostrazione che le alleanze terroristiche prescindono dalle appartenenze religiose.
L’ambasciatore Crocker ha confermato che l’Iran è impegnato a sostenere vari gruppi terroristici iracheni sul modello di Hezbollah in Libano. L’obiettivo di Teheran è il caos a Baghdad e la fuga degli americani, come ai tempi degli attentati di Beirut che costrinsero gli Stati Uniti a lasciare il Libano alla Siria e, tramite Hezbollah, all’Iran. Secondo Crocker, Teheran “è un attore maligno” in Iraq, ma nonostante le peggiori intenzioni degli ayatollah il ruolo che può giocare resta “limitato”. Crocker sostiene che la classe dirigente irachena non risponda a Teheran, e ai senatori ha ribadito che l’Iran non è un paese arabo e che tra le due nazioni ci sono differenze etniche, linguistiche, culturali e, semmai, non si sono ancora cicatrizzate le ferite dei dieci anni di guerra. Di più. Crocker ha raccontato che recentemente è capitato che l’eccessivo attivismo iraniano si sia rivoltato contro gli agenti di Teheran, prefigurando anche nelle zone sciite possibili rivolte delle tribù locali contro le milizie finanziate dagli iraniani.
“Una rivolta democratica”
Resta che l’Iran sia un fattore decisivo dei problemi americani in Iraq e nella regione. Gli americani lo sanno, lo dicono, lo ripetono, ma dal punto di vista dell’elaborazione di una strategia anti ayatollah restano al palo. Crocker ha incontrato due o tre volte il collega iraniano a Baghdad, ma questi e tutti gli altri tentativi diplomatici dell’ultimo anno non hanno portato a nulla né nella regione, né sulla questione del nucleare. Secondo Michael Ledeen, fresco autore di “The Iranian time bomb”, il problema di George Bush è che non ha ancora elaborato una strategia sull’Iran e che quando ne abbozza una non è affatto diversa da quella, fallita anno dopo anno, di tutte le amministrazioni precedenti, da Jimmy Carter a Bill Clinton: provare a far ragionare gli iraniani. Secondo Ledeen, non rendersi conto che l’Iran è una teocrazia rivoluzionaria e credere che sia uno stato che si muove nello scacchiere mediorientale per consolidare le sue posizioni nella regione equivale a farsi del male. Il libro di Ledeen, in questi giorni discusso a lungo su New York Times e Wall Street Journal, propone di aiutare la società iraniana a trovare un suo modo di scatenare una rivoluzione democratica contro gli ayatollah e sconsiglia il bombardamento dei siti nucleari iraniani (“daremo una risposta distruttiva a un’eventuale azione audace del nemico”, ha ammonito ieri il capo della Guardia rivoluzionaria). Ma il nucleo centrale del saggio, confermato dalle audizioni al Congresso, è che l’America non sa come affrontare l’Iran.

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