Camillo di Christian RoccaDemocratici in panne al Congresso sull'Iraq (di nuovo)

New York. Al Congresso americano ricomincia il balletto sul finanziamento della guerra in Afghanistan e in Iraq, ma un grande giornale liberal come il Washington Post ieri ha fatto le pulci al “pinocchismo” dei candidati presidenziali del Partito democratico, i quali nei comizi dicono di voler porre fine alla guerra, malgrado poi i loro piani prevedano che le truppe resteranno in Iraq almeno fino al 2013.
Le timide ma sostanziali novità positive provenienti dall’Iraq, ottenute grazie alla nuova strategia militare e politica di George W. Bush e del generale David Petraeus che i democratici avevano pronosticato come una ricetta per il disastro, invece hanno cambiato lo scenario politico. L’opinione pubblica resta contraria alla guerra, anche perché nonostante i successi sul campo il 2007 è l’anno in cui sono morti più soldati americani in Iraq. Ma gli americani non sembrano condividere l’idea dei leader democratici di accelerare la sconfitta, ritirandosi precipitosamente. Al Congresso, invece, i democratici hanno scommesso sulla sconfitta, spiegando che la guerra era già persa e che altre truppe non sarebbero mai state capaci di cambiare l’inerzia della missione. Ora che le cose sul campo sono cambiate in meglio, i democratici sono rimasti spiazzati, mentre la tendenza dell’opinione pubblica si è invertita, peraltro anche tra i liberal. Sono aumentati gli ottimisti e sono scesi del 12 per cento, ora sono al 45, gli elettori di sinistra convinti che la guerra stia andando “molto male”.
Il nuovo clima potrebbe favorire John McCain, il più coerente e antico sostenitore del cambiamento di strategia militare in Iraq. Fino a poco tempo la sua campagna elettorale presidenziale sembrava finita, travolta dal suo eccessivo entusiasmo per il piano Petraeus. Ora invece è tornato in corsa in New Hampshire e David Brooks, sul New York Times di martedì, ha ricordato come McCain, in fondo, sia “l’unico vero grande uomo in corsa per la Casa Bianca”.
Bush, intanto, ha chiesto più soldi, 190 miliardi di dollari entro Natale per le operazioni in Afghanistan e Iraq e la Camera e Senato a maggioranza del Partito democratico sono disposti a concedergliene soltanto cinquanta, ma a patto che la Casa Bianca cominci a ritirare subito le truppe e con l’obiettivo di porre fine ai combattimenti entro il dicembre 2008. Bush, come al solito, minaccia il veto presidenziale e i repubblicani hanno i numeri per bloccare già in partenza la proposta democratica. Questa è la quarantunesima volta che dall’inizio dell’anno il Congresso democratico prova a fermare o a modificare la gestione della guerra, e finora il risultato è stato di quaranta a zero per Bush. Trentanove volte la leadership del partito democratico non è riuscita ad approvare in entrambi i rami del Congresso le sue risoluzioni anti Iraq. Nell’unica volta in cui ce l’ha fatta, non ha raggiunto la maggioranza qualificata per superare il veto di Bush. Se anche questa volta, come è probabile, la proposta di legge non dovesse passare, c’è già una soluzione a portata di mano che consente ai democratici di continuare a denunciare la guerra, evitando però di essere accusati di non voler finanziare le truppe. Lo ha spiegato il leader al Senato del Partito democratico, Harry Reid: se il Pentagono sarà a corto di fondi, potrà usare i 500 miliardi di dollari di aumento del budget militare non legati all’Iraq che il Congresso ha concesso martedì.
Harry Reid, presentando un nuovo rapporto secondo cui il costo dell’intervento militare in Iraq sarebbe salito a 800 miliardi di dollari e raggiungerà i 3500 miliardi se l’impegno durerà ancora altri dieci anni, ha detto che “non ci possiamo più permettere questa guerra”, cambiando strategia comunicativa nella speranza che l’opinione pubblica americana possa scuotersi, se non per gli aspetti etici o geopolitici della guerra, almeno per il suo costo economico. Il punto è che oggi il gradimento degli elettori americani per la performance congressuale dei democratici è ancora più basso di quello già rasoterra per Bush. La sinistra radicale considera poco più che inetti i capi del partito, mentre la maggioranza degli elettori vede e giudica l’inefficacia della loro azione e soprattutto la loro indisponibilità a tenere conto dei miglioramenti della situazione sul campo. Ora, approfittando della pausa natalizia, i democratici studieranno una nuova strategia politica che tenga conto non solo della situazione in Iraq, ma anche di ciò che accade in America, dove un sondaggio Pew svela che soltanto il 16 per cento degli elettori pensa che “l’Iraq” sia la notizia principale del giorno.
    Christian Rocca

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