Camillo di Christian RoccaPerché la Cia ha deciso di contraddire se stessa sulla Bomba di Teheran

New York. Il nuovo rapporto dell’intelligence americana sull’Iran, reso pubblico dall’Amministrazione Bush lunedì, ha avviato un dibattito su tre questioni: che cosa ha spinto la Cia a contraddire se stessa e a sostenere che l’Iran dovrebbe aver sospeso i suoi programmi nucleari militari; qual è la nuova strategia da adottare sull’Iran; e, infine, in che modo questa nuova valutazione dell’intelligence influenzerà la campagna elettorale per la Casa Bianca.
La prima questione è quella più controversa. Al momento della pubblicazione del National Intelligence Estimate (NIE), l’interpretazione prevalente, specie tra i liberal, è stata quella di un duro colpo sferrato dalla Cia alla retorica bellica che si cominciava a sentire alla Casa Bianca e in particolare nell’ufficio del vicepresidente Dick Cheney. I cosiddetti “Iran hawk”, cioè i falchi che in questi anni non hanno sprecato un giorno per mettere in guardia sul pericolo degli ayatollah atomici, hanno giudicato l’analisi dell’intelligence come una vera e propria azione coperta della Cia contro Bush. Molti analisti conservatori, guidati da Norman Podhoretz, credono che in tutti questi anni la Cia non abbia fatto altro che mettere il bastone tra le ruote alla Casa Bianca e che quest’ultimo documento sia diretto a fermare Bush. Altri pensano che l’apparato di intelligence abbia fiutato l’aria pro democratica e cominciato a riposizionarsi in vista dell’arrivo di un nuovo presidente.
Ma al di là delle ipotesi complottistiche, c’è invece chi più moderatamente spiega il voltafaccia della Cia con una maggiore cautela dettata dagli errori del recente passato oppure, al contrario, proprio con la notoria incapacità della Cia di prevedere e giudicare correttamente la situazione mediorientale e iraniana. Si fa però strada un’altra interpretazione, la più interessante. L’ipotesi circola ancora sottotraccia, ma è resa credibile dal fatto che sia stato lo stesso Bush ad autorizzare la pubblicazione del NIE. In Iraq le cose stanno cominciando ad andare bene, merito certamente dell’invio di ulteriori truppe, della nuova strategia militare di David H. Petraeus e degli accordi politici con le tribù sunnite, ma un altro motivo del miglioramento della situazione in Iraq è senz’altro il minore coinvolgimento iraniano nella guerriglia. La tesi è che i contatti diplomatici tra americani e iraniani avviati sulla vicenda irachena abbiano portato se non al “grand bargain” – il “grande patto” auspicato dagli esperti di scuola realista – perlomeno a un più ridotto compromesso di non interferenza iraniana in Iraq, in cambio di un  rallentamento della pressione americana sul nucleare. E’ soltanto un’ipotesi che, peraltro, non ferma la macchina americana di pressioni sugli ayatollah, a cominciare dall’aver radunato il mondo arabo ad Annapolis in funzione anti iraniana. Come al solito, Bush procede mescolando nobili impeti idealisti e sana pragmaticità realista.

Gli effetti su Hillary e gli altri
Come rimodellare la strategia americana sull’Iran è la seconda questione posta dalla pubblicazione del National Intelligence Estimate. Bush ha detto che per lui non cambia nulla e che l’obiettivo resta il medesimo di sempre: gli ayatollah non devono essere messi in condizione di imparare ad arricchire l’uranio, nemmeno per scopi civili, perché una volta che hanno a disposizione il know-how è un gioco da ragazzi trasferirlo a un programma militare. Sul Washington Post di ieri, però, uno degli ideologhi neoconservatori, Robert Kagan, ha scritto che a prescindere da che cosa si pensi del rapporto sull’Iran, non si possono ignorare le sue conseguenze: Bush non potrà usare la forza né minacciarla in modo credibile, a meno di una clamorosa provocazione di Teheran. Bush non sarà nemmeno in grado di convincere gli alleati ad adottare sanzioni, per cui gli resta una sola alternativa: non fare niente o prendere l’iniziativa e aprire colloqui diretti ad ampio raggio con l’Iran. Infine la corsa alla Casa Bianca. Se la minaccia iraniana scompare dal dibattito politico ne avranno beneficio i democratici e, tra loro, quelli più focalizzati sulle questioni interne come Barack Obama e John Edwards. Insomma, cattive notizie per Hillary Clinton e Rudy Giuliani. Il punto è capire se i candidati cambieranno strategia. Hillary ieri è stata criticata dai colleghi per il voto al Senato contro la Guardia rivoluzionaria iraniana, ma ha continuato a difendere la sua decisione. Fred Thompson e John McCain hanno messo in dubbio l’accuratezza del NIE, mentre Giuliani, incurante della Cia, ieri ha lanciato uno spot in cui esalta il confronto duro con gli iraniani che nel 1981 aveva consentito a Ronald Reagan di ottenere, “in una sola ora”, il rilascio degli ostaggi americani catturati a Teheran.

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