Camillo di Christian RoccaRomney su fede e libertà in America

New York. Mitt Romney ha un problema, anzi due. I sondaggi dicono che la metà degli elettori americani non si sente pronta a eleggere un mormone come presidente, poco più o poco meno del doppio di chi dice la stessa cosa di una donna (24 per cento) o di un afro-americano (27 per cento). Il secondo problema è che il 33 per cento dei repubblicani e il 45 per cento degli elettori cristiano-evangelici non si sente a suo agio o esprime forti riserve sull’eventualità che Romney diventi il primo presidente mormone degli Stati Uniti. Il risultato di questo chiaro sentimento dell’opinione pubblica è che il mormone Romney, un tempo definito “il candidato repubblicano perfetto”, alle primarie del partito continua a faticare dietro a Rudy Giuliani e – nei primi due stati, Iowa e New Hampshire, su cui è centrata la sua intera strategia elettorale – anche dall’impetuosa crescita dell’ex predicatore Mike Huckabee.
Così Romney ha deciso di affrontare di petto non solo la questione mormone, ma anche quella del ruolo della fede nella politica americana, con un discorso alla Biblioteca presidenziale di George Bush senior, in Texas. Il modello del suo discorso è stato quello di un altro candidato alla presidenza proveniente dal Massachusetts. Nel 1960, infatti, a due mesi dalle elezioni che lo portarono alla Casa Bianca per un soffio di voti, il cattolico John Fitzgerald Kennedy andò a Houston, proprio in Texas, a parlare a una platea di predicatori protestanti anticattolici per rassicurarli che il suo cattolicesimo non sarebbe stato pericoloso per il paese.
Ieri mattina, Romney ha provato a fare  la stessa cosa. Il punto centrale del suo discorso, così come quello di Kennedy, è che il primo emendamento alla Costituzione dice che gli Stati Uniti sono fondati sulla piena libertà religiosa e che nessuno deve giustificarsi per la sua fede. “Quasi 50 anni fa un altro candidato del Massachusetts spiegò di essere un candidato americano alla presidenza, non un candidato cattolico. Come lui – ha detto Romney – anch’io sono un candidato americano alla presidenza. La mia candidatura non può essere definita dalla mia religione e una persona non deve essere né eletta né rigettata a causa della sua fede”.
Romney ha voluto rassicurare che la gerarchia della sua e di altre chiese non eserciteranno alcuna influenza sulle sue decisioni presidenziali. “Quell’autorità è confinata nella provincia degli affari della chiesa e finisce nel punto dove cominciano gli affari della nazione. Da governatore del Massachusetts non ho mischiato i particolari insegnamenti della mia chiesa con gli obblighi del mio ufficio e della Costituzione – e naturalmente farò lo stesso da presidente”.
Romney, però, è andato oltre. A quelli che sostengono che tutto ciò non sia ancora abbastanza, perché preferirebbero che prendesse le distanze dalla sua religione e dicesse che il suo mormonismo è più una tradizione familiare che una convinzione personale ha detto di no. “Non lo farò. Credo nella mia fede mormone e mi impegno a seguirla. Se avranno ragione quelli che dicono che la confessione della mia fede farà affondare la mia candidatura, che così sia”.
Dopo aver spiegato che per i mormoni “Gesù Cristo è il figlio di Dio e il salvatore dell’umanità”, Romney ha difeso con passione il ruolo pubblico della religione nella vita politica americana (dimenticandosi dell’esistenza degli atei e degli agnostici). Chi dice che la fede non debba essere coinvolta quando si affrontano le questioni politiche, “contraddice i Padri fondatori degli Stati Uniti”, i quali nel momento del bisogno invocarono “la benedizione del Creatore e scoprirono la connessione tra la sopravvivenza di un paese libero e la protezione della libertà religiosa”. Secondo Romney, “la libertà richiede la religione, così come la religione richiede la libertà. La libertà apre le finestre dell’anima in modo che l’uomo possa scoprire la sua fede più profonda e fare comunione con Dio”.
Secondo Romney la fede e la religione sono alla base della nascita e della potenza degli Stati Uniti, un paese fondato da perseguitati religiosi e che, proprio per questo, non ha voluto stabilire una chiesa ufficiale di stato. Guardate all’Europa e alle sue grandi e magnifiche cattedrali vuote, ha detto Romney,  la religione di stato non ha fatto bene alla chiesa. Ma, ha aggiunto, peggiore è il credo di chi vuole convertire con la conquista, col jihad, con la morte e con il martirio.
In America, ha detto Romney, ci sono differenze teologiche tra le varie chiese, ma il paese condivide “un credo comune di convinzioni morali”. E’ quella speciale religione americana di cui parlava Abramo Lincoln e che, ricorda Romney, si è vista nell’impegno a favore della libertà che gli americani hanno profuso nella Prima e nella Seconda guerra mondiale: “Dobbiamo essere grati di vivere in un paese dove ragione e religione sono amici e alleati a favore della libertà e uniti contro i mali e i pericoli del giorno”.
Gli americani, ha detto Romney, separano gli affari dello stato da quelli della chiesa per buoni motivi, ma negli ultimi anni la nozione di separazione è andata oltre il suo significato originale: “Vogliono rimuovere dalla pubblica piazza ogni riconoscimento di Dio e ridurre la religione a un mero affare privato, ma è come se volessero stabilire una nuova religione, la religione del laicisimo. Sbagliano. Noi siamo una nazione ‘under God’ e in Dio ci crediamo davvero (…) non insistiamo su un unico ceppo religioso, ma diamo il benvenuto a una sinfonia di fede”.

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