Camillo di Christian RoccaGli Obamacons

New York. C’è in corso una specie di rivolta di editorialisti e intellettuali conservatori contro la campagna presidenziale di John McCain. Sono in parecchi, ormai, ad aver annunciato di votare Barack Obama il 4 novembre, invece che il malinconico candidato repubblicano. Molti altri sollevano dubbi, criticano la campagna McCain, suggeriscono vie d’uscita improbabili e sono tentati dal dire pubblicamente che questa volta, per la prima volta, sceglieranno un democratico. Victor Davis Hanson e altri conservatori duri e puri accusano gli ex amici di essere pronti a passare di là per non perdere il posto a tavola nei circoli che contano.
Il gruppo di Obamacons non è omogeneo e non costituisce un movimento ideologicamente rilevante: ci sono liberisti, paleocon, neocon, cattolici, falchi, colombe, pro e contro Bush. McCain non è diventato improvvisamente incapace, ha scritto Michael Gerson sul Washington Post, né ha perso il suo carisma, è stato semplicemente vittima di un agguato della storia: la crisi finanziaria di fine settembre.
Andrew Sullivan, blogger dell’Atlantic Monthly, è stato il primo, anche se aveva già saltato il fosso nel 2004, quando si era schierato con John Kerry. Fanno parte del gruppo il professore Andrew Bacevich, a causa della guerra in Iraq; l’ex consigliere legale di Ronald Reagan, Doug Kmiec; il consigliere economico liberista di Reagan e Bush senior, Bruce Bartlett; il figlio di Milton Friedman, David, convinto che Obama sia il più adatto a seguire le teorie economiche del padre; e Susan Eisenhower, la figlia nipote del presidente Dwight Eisenhower. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, mentre l’anziano eroe McCain scivola nei sondaggi senza sapere bene per quale motivo – se non per la sfortuna di essere stato travolto dalla crisi di Wall Street – la tendenza è diventata una valanga. Christopher Hitchens, che non è un conservatore, ma uno di sinistra che negli ultimi sei o sette anni è stato tra i più vivaci sostenitori della dottrina Bush contro l’islamofascismo e della guerra per liberare l’Iraq, ha scritto su Slate che voterà Obama, anche se lo reputa “altamente sopravvalutato”. Hitchens è convinto che la presidenza Obama non sarà una “capitolazione” all’Islam militante e questo gli basta, anche perché la candidatura di Sarah Palin è “una barzelletta”.
Due giorni fa è stato Christopher Buckley – romanziere di successo e figlio di uno dei più importanti intellettuali conservatori degli ultimi 50 anni, Bill Buckley, il fondatore della rivista National Review scomparso a febbraio – ad aver scritto sul blog di Tina Brown, “The Daily Beast”, che “scusa, papà, ma voterò Obama”. Buckley, come suo padre, è un conservatore tradizionale, scettico sulla guerra in Iraq e sostenitore dello stato minimo. La sua dichiarazione di voto ha scatenato la protesta dei lettori della National Review, dove Buckley da sei mesi tiene la rubrica di ultima pagina in sostituzione di Mark Steyn, impegnato in un processo in Canada. Buckley ha offerto le sue dimissioni al direttore della rivista fondata da suo padre e, a sorpresa, le dimissioni sono state accettate, formalmente perché il titolare della rubrica, Steyn, è tornato a scrivere. Poco prima era stata Kathleen Parker, editorialista conservatrice del Washington Post, a chiedere a Sarah Palin di ritirarsi perché non qualificata al ruolo di vicepresidente. I dubbi su Palin ce li hanno anche il nostro David Frum, già speechwriter di Bush, e la giurista neoconservatrice del Manhattan Institute Heather Mac Donald. Peggy Noonan, firma del Wall Street Journal ed ex speechwriter di Reagan, è indecisa su chi votare. David Brooks, sul New York Times, non considera Palin adatta al ruolo di vicepresidente e l’ha definita “un cancro fatale per il Partito repubblicano”.
Un altro gigante dell’opinionismo conservatore vecchio stampo, George Will, mai tenero con la politica estera di Bush, ha scritto che “McCain ha perso la testa” perché ha affrontato la crisi finanziaria come un pivello, accusando Wall Street di ingordigia invece che valutare attentamente i fatti.
    Christian Rocca

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