Camillo di Christian RoccaMr. Distacco contro Mr. Indecisione

New York. La crisi finanziaria di Wall Street ha cambiato la campagna elettorale per la Casa Bianca. A trentatrè giorni dal voto del 4 novembre, la partita non è più sull’Iraq o sulla guerra, sui valori o sulla sanità, ma si gioca sulla credibilità di John McCain o Barack Obama a gestire la complessità dei mercati globali e sulla loro capacità di rimettere in moto la grande macchina produttrice di ricchezza. McCain e Obama hanno un approccio diverso alla crisi, anche se le loro posizioni sono più o meno identiche. Nessuno dei due ha mostrato grandi capacità di leadership. McCain è sembrato indeciso. Obama si è tenuto alla larga, non ha mai perso il suo leggendario distacco e si è rifugiato dietro la soluzione di establishment, elaborata dagli ex banchieri d’affari dell’Amministrazione Bush (il segretario del Tesoro Henry Paulson e il capo dello staff Joshua Bolten) e sostenuta dai suoi consiglieri economici con solidi legami a Wall Street (Robert Rubin). Obama, inoltre, non s’è sporcato le mani a convincere i tanti deputati democratici (95) che si sono opposti al piano Paulson, anzi ha addirittura ridicolizzato il tentativo di McCain di sospendere la campagna elettorale per volare a Washington e dare una mano. Ancora ieri, Obama s’è limitato a ricordare che la situazione è grave e che serve agire al più presto (George W. Bush ha fatto un altro appello e il Congresso si riunirà domani), ma l’unica proposta che ha fatto, subito condivisa da McCain, è stata chiedere al Tesoro di aumentare l’assicurazione governativa sui depositi, da 100 mila a 250 mila dollari, in modo da garantire sicurezza alle famiglie.
La posizione di McCain è più scomoda, perché tocca a lui prendere in mano il pallino, viceversa il caos finanziario premia il candidato del partito che in questi anni non è stato alla Casa Bianca. Obama dice che la filosofia liberista di Bush è la causa scatenante della crisi. Ma autorevoli economisti di Harvard, come Greg Mankiw, spiegano che è stata l’Amministrazione Clinton, alla fine degli anni 90, a fare pressioni sui giganti dei prestiti Fannie Mae e Freddie Mac per allargare la concessione dei mutui anche a chi guadagnava poco. McCain ha invitato Bush a usare gli strumenti finanziari già a disposizione del Tesoro, senza aspettare una nuova legge, ma non riesce a sparigliare e a presentarsi come il nuovo Reagan. Resta a metà strada tra la consapevolezza che l’intervento pubblico sia necessario e l’istinto populista e libertario di abbracciare la rivolta contro il piano di Paulson. Le condizioni ci sarebbero: Wall Street ieri ha guadagnato punti e i sondaggi mostrano che solo il 45 per cento degli americani è favorevole al bailout. Lou Dobbs, sulla Cnn, ha aperto il suo show con il titolo “Questa è una grande vittoria per il popolo americano”. 166 professori universitari si sono opposti a Paulson. Jeffrey Miron, di Harvard, ha scritto che la soluzione migliore è la bancarotta. Newt Gingrich ha chiesto le dimissioni di Paulson e alla Camera il no è stato bipartisan e motivato non solo da posizioni ideologiche, ma soprattutto dalla preoccupazione di quei deputati i cui seggi sono in bilico.

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