Camillo di Christian RoccaIl paroliere di Obama

Barack Obama sa scrivere molto bene, al punto che a quarantasette anni ha già pubblicato due premiatissimi libri di memorie, ma i formidabili discorsi con cui ha conquistato l’America e il mondo occidentale sono stati scritti da un ragazzino di 27 anni che si chiama Jonhatan Favreau, nato nel 1981 in Massachusetts.
Laureato nel 2003 all’Università Holy Cross di Worcester, Jon Favreau ha cominciato a lavorare quattro anni fa con l’allora candidato presidenziale del Partito democratico John Kerry. Aveva soltanto ventitré anni quando ha incontrato per la prima volta Obama. Gli uomini di Kerry l’avevano mandato ad assistere il poco conosciuto politico di colore impegnato, dietro il palco della convention di Boston, a provare il discorso con cui avrebbe poi stupito l’America. A un certo punto, Favreau ha interrotto le prove di Obama, suggerendogli di cambiare una frase del discorso, perché conteneva qualche ripetizione con una battuta precedente. Obama, ricorda Favreau, lo guardò male: “Ma chi è questo ragazzino?”.
Sconfitto Kerry, Favreau si è trovato senza lavoro. Obama e il suo portavoce Robert Gibbs si sono ricordati del ragazzino e dell’episodio dietro il palco di Boston e così Favreau è stato assunto prima come assistente al Senato, poi come capo degli speechwriter della campagna presidenziale. La leggenda vuole che Obama scriva i suoi discorsi a mano, su un bloc notes. In realtà li scrive Favreau, aiutato da altri due ragazzi, uno ventisettenne e uno che dall’alto dei suoi trent’anni si considera “l’anziano statista del gruppo”.
“Barack si fida molto di Jon – ha detto lo stratega politico David Axelrod – E non è uno che si arrende facilmente all’idea di dover affidare a qualcuno così tanta autorità sulle sue stesse parole”. Obama invece gli ha affidato pensieri e parole della sua avventura politica, sapendo che Favreau non l’avrebbe deluso. I due si intendono al volo: quando c’è tempo o il discorso è molto importante, Favreau si siede mezz’ora con Obama. Obama parla, Favreau scrive al computer. Poi Favreau mette a posto gli appunti, scrive il testo e manda il discorso a Obama. Durante la giornata Favreau si segna e assorbe qualsiasi cosa dica Obama, in modo da entrare meglio nel personaggio a cui poi deve fornire parole, frasi, concetti. Favreau fa anche un’immersione nei libri e nei discorsi di Robert Kennedy e di Martin Luther King. Così sono stati scritti il discorso di accettazione della candidatura alla convention di Denver, quelli di sei mesi prima, in Iowa, prima e dopo la storica vittoria contro Hillary Clinton, e quasi tutti gli interventi durante la campagna elettorale.
Ora Favreau è stato nominato capo dell’ufficio da cui escono tutti i discorsi della Casa Bianca, dove avrà di che scrivere. I presidenti degli Stati Uniti fanno in media quasi due discorsi al giorno, circa cinquecento l’anno. Tra il 1993 e il 2001, Bill Clinton ha parlato pubblicamente 4.474 volte. George W. Bush, a un mese e mezzo dalla fine del suo secondo mandato, ne ha fatti una manciata di meno. Con lui hanno lavorato tredici persone nell’ufficio che cura il “presidential speechwriting”. Favreau sta già lavorando al discorso di inaugurazione del 20 gennaio e sta assemblando la squadra che lo seguirà alla Casa Bianca e che dovrà sfornare discorsi su qualsiasi tema e per qualsiasi occasione.
“Tutto quello che dice il presidente è importante – ha detto Terry Edmonds, predecessore clintoniano di Favreau alla Casa Bianca – Non ci sono gerarchie, perché ogni volta che il presidente parla le sue parole hanno impatto globale”.