Camillo di Christian RoccaLa scelta di Lilla

New York. Mark Lilla è il saggista e storico delle idee che l’anno scorso con il libro “The Stillborn God”, il Dio nato morto, ha provocato un dibattito transatlantico sul ruolo della religione nella politica nell’era dello scontro di civiltà. Professore di religione alla Columbia University e intellettuale liberal, ma con un radicato passato personale e professionale nell’ala straussiana dei neoconservatori, Lilla si aspetta un’Amministrazione Obama pragmatica, impegnata in una sfida difficile, capace di intercettare ulteriori consensi con la sua agenda di politica interna. Ma, appunto, non sarà facile, spiega Lilla, perché il sistema costituzionale americano è complesso e il presidente non è un primo ministro dotato di una sua propria maggioranza, ma deve fare i conti oltre che col potere giudiziario anche con il potere legislativo del Congresso, dove i deputati e i senatori rispondono agli interessi dei loro elettori e delle loro circoscrizioni, non alla Casa Bianca. Proprio per questo motivo, dice il professor Lilla seduto in un bistrot francese a un passo dalla Columbia University, all’estero qualcuno resterà deluso da Obama.
Lilla non vede, per ora, una svolta politica e intellettuale in seguito alla vittoria del senatore dell’Illinois, ma pensa che il neopresidente eletto sarà molto simile a Bill Clinton, solo con l’integrità e la dignità necessarie a occupare la Casa Bianca. Sostenitore di Hillary alle primarie, Lilla è convinto che i presidenti della svolta siano stati Ronald Reagan e Bill Clinton: “Grazie a Reagan la maggior parte degli americani crede che la crescita economica sia più importante della redistribuzione sociale. Clinton l’ha capito e ha fatto diventare pro business il Partito democratico, ma senza dimenticare le politiche sociali e razziali”. In un certo senso, dice Lilla ricordando il tradizionale approccio neoconservatore alle questioni socio-economiche, “è stato Clinton il vero presidente neocon”. Il conservatorismo compassionevole di Bush, aggiunge il prof. della Columbia, è la versione di destra della linea seguita negli anni Novanta, “non è molto diverso dal liberalismo pro business di Clinton”.
Lilla sta seguendo le notizie sulle nomine di Obama “con la stessa passione di una partita di baseball”, perché è convinto che i nomi di chi andrà a occupare i posti chiave dell’Amministrazione saranno decisivi per l’esito della presidenza: “Mai come in questo momento – dice – abbiamo bisogno di gente esperta”. La probabile conferma di Bob Gates al Pentagono lo preoccupa, non tanto per il profilo dell’attuale segretario alla Difesa, ma perché continua a ribadire la percezione che “i democratici non abbiano le palle per le questioni di sicurezza nazionale”. E’ come se sulla sinistra americana continui a pesare la sindrome del Vietnam, dice Lilla. Se Obama volesse dare un segnale bipartisan, aggiunge, sarebbe meglio nominare un repubblicano per riformare la sanità.
Lilla spiega che Obama è un intellettuale, articolato, dotato di gran fiducia nei propri mezzi, ma anche un politico su cui non grava la sindrome del Vietnam, anzi gli pare ben disponibile a usare la forza militare se necessario. Già Clinton, insiste Lilla, aveva relegato al passato il peso dell’avventura militare in Indocina, grazie all’intervento nei Balcani che è stato realizzato in modo efficace e ha provocato poche vittime. Quel successo, secondo Lilla, però ha creato tra gli intellettuali liberal l’illusione che gli interventi umanitari potessero risolvere grandi problemi e dopo l’11 settembre ha fatto prevalere dentro l’Amministrazione Bush i falchi, gente come “Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz e Kagan” che, a detta di Lilla “non la raccontano giusta, perché sapevano benissimo che l’Iraq era una minaccia minore”, ma erano interessati a riaffermare la potenza militare americana e a superare l’onta del Vietnam. Con Obama, secondo Lilla, si ritorna al paradigma realista della Guerra fredda, non ci sarà più la retorica anti al Qaida e non è un caso che al neo presidente eletto “non sia mai scappata di bocca l’espressione guerra al terrorismo” tanto cara a Bush.
La sinistra intellettuale americana, secondo Lilla, s’è fatta definire dall’antibushismo, esattamente come quella italiana non riesce ad andare oltre l’antiberlusconismo. Ora però c’è da rimettersi a pensare, dice Lilla, anche se in giro non si vedono grandi idee. Né in America, né in Europa. A destra, secondo l’autore di “Stilborn God”, la situazione è peggiore. La tradizione intellettuale dei neoconservatori, come ha scritto lui stesso un paio di giorni fa sul Wall Street Journal, è definitivamente morta con la scelta di Sarah Palin. Nei decenni scorsi, dice Lilla, il movimento conservatore era quello delle idee, quello più maturo, serio e vivace, grazie ai grandi intellettuali newyorchesi che si riunivano intorno alle più importanti riviste culturali del paese. Gli intellettuali conservatori “erano parte impenitente dell’élite, ma di un’élite che amava la democrazia e voleva aiutarla” e, inoltre, si battevano contro “la paranoia populista”. Oggi invece il loro ruolo, o quelli dei loro eredi, “non è più di educare e nobilitare la tendenza politica populista, ma di difenderla dalla presunta monoliticità e dall’uniforme ostilità delle classi istruite”, fino ad arrivare al paradosso “di prendere in giro premi Nobel per l’Economia e di esaltare l’acume finanziario di idraulici e muratori”. Negli anni Settanta, spiega Lilla, i conservatori prendevano in giro i radical chic, “quei ricchi liberal che proiettavano le loro fantasie politiche su rivoluzionari e teppisti di strada, romanticizzando le loro cosiddette lotte”. Ora, invece, gli intellettuali conservatori sono diventati “populist chic”, una versione “altrettanto comica” del radicalchicchismo di allora. Lilla accusa i neoconservatori per la scelta di Palin, anche se con l’eccezione del suo ex cognato Bill Kristol, da David Brooks a David Frum, fino a Charles Krauthammer, hanno quasi tutti criticato la scelta della governatrice dell’Alaska, proprio con gli stessi argomenti “intellettuali” di Lilla.
L’articolo di Lilla ha scatenato sul sito del Wall Street Journal la reazione di numerosi lettori che il professore definisce paleoconservatori: “Mi accusano di elitarismo, che per loro – dice Lilla in italiano – è il vero ‘peccato mortale’. In questo momento in America non c’è solo una divisione orizzontale tra sinistra e destra, ce n’è anche una verticale tra chi è istruito e chi no”. Chi non lo è detesta le élite e se ne vanta, ora anche con il sostegno degli intellettuali conservatori, eppure “abbiamo bisogno delle élite, anche perché se un americano comune ha un problema medico vuole un medico laureato a Harvard. E il lavoro di un presidente – conclude Lilla – è ben più difficile di quello di un urologo”.
    Christian Rocca

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