Camillo di Christian RoccaLobby della politica

New York. Barack Obama aveva annunciato una squadra di governo senza ex lobbisti e di persone col curriculum ben separato dal grande business, ma per mantenere la promessa elettorale sarebbe dovuto andare a Washington da solo, senza nemmeno il suo stratega David Axelrod o il suo capo dello staff Rahm Emanuel. Anche nella patria della regolamentazione etica dei conflitti di interessi è difficile – se non impossibile – fare a meno di una classe dirigente che è necessariamente legata a doppio filo con interessi particolari ed economici. “Per i lobbisti – titolava ieri in prima pagina il New York Times raccontando la nuova era obamiana – non c’è una fase calante, ma un ricambio”. Le porte girevoli tra business e politica non sono una novità, in America: Bob Rubin è passato dalla presidenza di Goldman Sachs alla guida del dipartimento del Tesoro di Bill Clinton per poi diventare presidente di Citibank. Dick Cheney era il presidente di Halliburton, la corporation che ha beneficiato dei contratti legati agli interventi militari post 11 settembre. Il successore bushiano di Rubin è stato Paul O’Neill, presidente del gigante dell’acciaio Alcoa. Poi è arrivato John Snow, ex segretario ai Trasporti diventato dirigente di aziende ferroviarie. Infine è stato il turno di Hank Paulson, già presidente della Goldman Sachs, dove Rubin ha lavorato per 26 anni con il governatore democratico del New Jersey, John Corzine.
Rubin è l’ideologo del nuovo gruppo di menti economiche che Obama ha scelto per affrontare la crisi finanziaria, a sottolineare lo stretto legame tra Wall Street e il Partito democratico iniziato negli anni di Rubin al Tesoro (“I democratici sono i prediletti da Wall Street”, ha titolato il Los Angeles Times). Il Washington Post di ieri ha raccontato come “un trio familiare” sia stato “il cuore del salvataggio di Citibank”. Il segretario Paulson aveva annunciato che avrebbe lasciato al prossimo presidente i soldi assegnatigli dal Congresso per salvare le istituzioni finanziarie in difficoltà, ma quando il prezzo delle azioni di Citigroup è crollato del 60 per cento, il suo ex collega di Goldman Sachs, Bob Rubin, passato a Citi dopo l’esperienza di governo, lo ha chiamato per chiedergli di intervenire. Sollecitato dal collega e predecessore, Paulson ha gestito il salvataggio di Citi assieme al presidente della banca centrale di New York, Tim Geithner, cioè alla persona scelta da Obama per sostituirlo al Tesoro. Uno che, negli anni Novanta, stava proprio al Tesoro guidato da Rubin.
(segue dalla prima pagina) L’ex segretario al Lavoro di Clinton, Bob Reich, consigliere di Obama e avversario di Rubin, ha scritto che “i dirigenti di Citi, compresi quelli che hanno servito ai livelli più alti nel governo, hanno fatto un lavoro estremamente buono. Ma il pubblico americano, compresi i media, non ha la minima idea di che cosa è successo”. Un economista progressista come Robert Kuttner, direttore del mensile American Prospect, si chiede “che tipo di arti magiche possieda questo Rubin”, visto che “è stato uno degli architetti democratici dell’estrema deregolamentazione finanziaria che ha portato l’economia in questo stato. Dentro Citi – ha scritto Kuttner sull’Huffington Post – è stato uno dei grandi strateghi della speculazione nel settore dei prestiti garantiti e delle trovate fuori bilancio che hanno portato Citi sull’orlo della bancarotta. Eppure continua a cadere in piedi. Obama deve aver notato che Rubin è un falso profeta. Ma allora perché s’è circondato di una squadra di rubinistas?”.
Conflitti di interessi come questi sono all’ordine del giorno in America. Soltanto ieri, il New York Times ha dedicato due pagine al gran capo della commissione Ways and Means della Camera, Charles Rangel, per raccontare i favori fiscali fatti dal politico amico dei Clinton e sostenitore di Obama. Eppure questi casi non sono mai trattati con moralismo né dalla stampa né dagli avversari politici. Bill Clinton, per esempio, non ha mai svelato pubblicamente i nomi dei generosi finanziatori stranieri della sua Fondazione e ha annunciato che avrebbe fatto di tutto per aiutare sua moglie a diventare segretario di stato parlando, ben retribuito, a una conferenza dal governo kuwaitiano. Obama, del resto, ha rinunciato a farne una battaglia politica, almeno da quando ha deciso di non accettare i finanziamenti pubblici per la campagna elettorale e di affidarsi alla straordinaria macchina di raccolta fondi che ha portato circa 600 milioni di dollari nelle sue casse.
Il conflitto di interessi è nella natura delle cose e fa parte della battaglia politica, in modo molto laterale, soltanto in campagna elettorale. Obama, per esempio, aveva accusato John McCain di avere tra i suoi consiglieri una serie di lobbisti di Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti dei mutui e dei prestiti legati alle abitazioni che sono stati al centro del disastro finanziario di questi mesi. McCain aveva rilanciato ricordando che il capo del team che ha scelto il vice di Obama era stato addirittura il boss di Fannie Mae. Ma ora che la campagna elettorale è finita nessuno si scandalizza del fatto che il capo dello staff del presidente eletto, Rahm Emanuel, uno degli uomini più importanti e decisivi della prossima Amministrazione, è stato uno dei direttori di Freddie Mac proprio nei due anni in cui sono state commesse le irregolarità di bilancio con cui è stato nascosto il disastro finanziario. Così come, con l’eccezione di un accenno del Times di ieri, Obama non ha avuto problemi a nominare capo dei suoi consiglieri economici, Lawrence Summers, il geniale protegé di Rubin che, da segretario al Tesoro di Clinton, si era battuto per la legge che ha deregolamentato gli strumenti finanziari con cui sono state diffuse in giro per il mondo le perdite create dall’aver prestato irresponsabilmente denaro.
    Christian Rocca

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