Camillo di Christian RoccaThat's it/30

New York. “Sant Ambroeus”, ristorante milanese su Madison Avenue, tra la settantasettesima e la settantottesima strada di Manhattan. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina una tagliata di manzo al pepe verde, con contorno di patate al forno e verdure grigliate, e una tortina di zucca, poi comincia la conversazione settimanale con una precisazione rispetto alle cose dette la volta scorsa: “E’ vero che Bush senior e Bill Clinton sono stati tra i peggiori presidenti della storia americana, a causa dei loro errori di politica estera, ma non dimentichiamoci che nessuno può superare Jimmy Carter, con lui è stato ‘the beginning of the end’, l’inizio della fine”.
Registrato al voto come democratico da una vita, elettore, finanziatore e grande estimatore di Barack Obama, Zerlenga sostiene che il presidente democratico Carter e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski siano la causa di gran parte dei problemi causati dall’islamismo radicale in medioriente. Ed è molto preoccupato che le influenze dell’ottantenne Brzezinski, “il peggior consigliere per la sicurezza nazionale che abbiamo mai avuto”, possano fare danni anche all’Amministrazione Obama, di cui è consigliere: “Brzezinski è stato l’ispiratore di tutte le mosse sbagliate di Carter”, aggiunge Zerlenga, ricordando la scelta americana di abbandonare lo scià di Persia per ragioni umanitarie, il conseguente lasciapassare alla rivoluzione islamica di Khomeini e il fallimentare tentativo di recuperare gli ostaggi americani a Teheran. “Avrebbero dovuto fermarli allora”, dice Zerlenga.
Non solo. “Carter – aggiunge il pensatore – è riuscito nella difficile impresa di essere un ex presidente peggiore rispetto a quando era presidente in carica”. L’ex presidente in questi giorni è in medio oriente, dove ha visto i leader di Hamas e avrebbe voluto parlare anche con Hezbollah, ma i boss del Partito islamico di Dio non hanno voluto incontrarlo: “E’ ovvio che non gli vogliono parlare – dice Zerlenga – Carter è convinto che tutti siano buoni come lui e che possa riuscire quindi a salvarli, ma non capisce che questa è una concezione infantile della politica, lui pensa che ci si possa sempre redimere e salvare”.
Zerlenga individua l’errore di Carter nella tradizione del cristianesimo battista del sud degli Stati Uniti, “mai sfiorata dal concetto machiavellico della politica, cioè da un’analisi dei fatti politici priva di visione religiosa”. Zerlenga cita l’esempio del “povero Harry Truman” che, a Seconda guerra mondiale finita, ha lanciato due bombe atomiche sul Giappone “e per sessant’anni ha chiuso la questione”.
Carter invece continua a fare sempre lo stesso errore, crede che l’Islam sia una religione come le altre e non vuole ammettere che sia uno stato e un sistema politico dotato di leggi religiose e fondato da un grande generale che aveva in mente l’impero bizantino. “Nemmeno i quaccheri sono pacifisti – aggiunge Zerlenga, allargando l’argomentazione anche a scene dei duelli nel film ‘Mezzogiorno di fuoco’, a frasi celebri di Thomas Payne e alla politica estera di Richard Nixon – nemmeno loro pensano che gli altri siano buoni, piuttosto vogliono ‘make peace’, vogliono fare la pace con i nemici e  vivere in comunità pacifiche”. Zerlenga spiega che “il quacchero Nixon voleva davvero chiudere pacificamente la vicenda del Vietnam ed è riuscito a fare pace con la Cina, ma i quaccheri non si aspettano la ‘salvation’ dei nemici, così sono capaci di distinguere, come distingueva il quacchero Thomas Payne, convinto che ‘we cannot make peace with the king’, che non possiamo fare la pace col re d’Inghilterra”. Carter e Brzezinski permettendo, Zerlenga però è fiducioso: “Per fortuna in questi anni dopo l’undici settembre gli americani e, soprattutto, i militari hanno cominciato a capire la natura dell’Islam”.
Sul fronte interno, dice Zerlenga, stiamo assistendo a una trasformazione senza precedenti della società, simile solo a quella capitata con la fine del comunismo: “E’ un fenomeno mai visto nel mondo capitalista, prodotto diretto della globalizzazione e dell’llusione che l’occidente possa controllare tutto”. La crisi del capitalismo, confida il pensatore newyorchese, creerà certamente un nuovo sistema, un nuovo tipo di mercato, ma il problema adesso è che “noi americani non siamo abituati ad affrontare le nostre crisi nella società globale, non abbiamo ancora individuato dei modelli chiari per superare la situazione attuale e non si vedono ancora pensatori seri che abbiano riflettuto sulla questione”. Zerlenga conclude dicendo che manca un “framework”, una nuova struttura adatta alle sfide poste dal mondo globalizzato, ma è convinto che appena ci sarà, finalmente sarà più facile anche capire l’Islam. (chr.ro)

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