Camillo di Christian RoccaMitchell e Holbrooke, l'usato poco sicuro di Obama

New York. Sono due vecchie conoscenze della politica internazionale gli uomini che Barack Obama ha scelto di affiancare a Hillary Clinton per provare ancora una volta a risolvere la questione mediorientale e il nuovo complicato scacchiere afghano-pachistano. Obama aveva promesso un nuovo approccio alle questioni geopolitiche, ma George Mitchell e Richard Holbrooke sono scelte ben radicate nella cultura politico-diplomatica di Washington pre Bush e segnalano una precisa volontà del presidente di seguire direttamente le due aree di crisi, senza necessariamente delegare il compito alla burocrazia del dipartimento di stato.
Mitchell e Holbrooke sono due pezzi grossi, a conferma che Obama ama circondarsi di gente di grande personalità, ma nei salotti di Washington c’è già chi comincia a immaginare le inevitabili e fisiologiche tensioni tra i nuovi inviati, Joe Biden, il consigliere per la sicurezza nazionale Jim Jones e il segretario di stato Hillary Clinton.
Mitchell e Holbrooke hanno un background diverso. Il primo è stato tra gli anni Ottanta e Novanta senatore e leader del Partito democratico al Congresso, il secondo è un ex diplomatico di carriera. Entrambi, però, sono diventati noti e devono la nomina di Obama alle loro attività di mediatori di pace per conto di Clinton. Mitchell ha guidato per conto del marito di Hillary il processo di pace in Irlanda del nord, Holbrooke ha condotto le trattative sulla Bosnia durante l’accordo di Dayton e ha rappresentato Washington alle Nazioni Unite.
L’accordo irlandese è stato un grande successo della presidenza Clinton e ha fatto dire a Mitchell che la sua esperienza dimostra che non esistono conflitti senza speranza, anche se in quel caso la condizione è stata la sconfitta militare dell’Ira e la rinuncia alla violenza di una delle due parti. In ogni caso, la successiva attività di Mitchell in medio oriente non è stata altrettanto brillante. Alla fine del mandato di Bill Clinton, Mitchell è stato incaricato di guidare una commissione internazionale e di stilare un rapporto sulle cause della seconda Intifada palestinese, dopo il fallimento degli accordi di pace di Camp David del 2000.
Mitchell ha consegnato il suo rapporto all’allora neoeletto presidente George W. Bush e le conclusioni sono servite da base per la costruzione della road map diplomatica che negli ultimi anni ha tenuto impegnate, senza successo, la comunità internazionale, le cancellerie europee e americana. La road map s’è fermata, Ariel Sharon è stato costretto a costruire il muro per difendere Israele dagli attentati terroristici e ha proceduto al ritiro unilaterale da Gaza e di gran parte della Cisgiordania. Quell’approccio clintoniano, ripreso da Mitchell e dalla road map, è tornato di moda nell’ultimo periodo di Bush, su impulso di Condi Rice, ma con i risultati non incoraggianti che conosciamo. 
Obama e Mitchell dovranno studiare un approccio diverso, i cui dettagli si conosceranno nelle prossime settimane. Settantacinque anni, arabo cristiano, figlio di una libanese e di un irlandese, durante i suoi anni al Senato Mitchell era considerato un amico di Israele, ma con il rapporto della sua commissione s’è costruito una fama di equidistanza con cui ha conquistato contemporaneamente favore e prese di distanza sia dagli israeliani sia dai palestinesi. Il rapporto Mitchell sosteneva che non è stata la famosa passeggiata di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee a scatenare la seconda Intifada, al contrario di quanto dicevano i palestinesi. Ma non aveva nemmeno trovato prove che la rivolta sanguinaria fosse stata preparata da tempo, come sostenevano gli israeliani. Mitchell chiedeva ai palestinesi di impegnarsi a prevenire le operazione terroristiche e di evitare che il loro territorio fosse utilizzato per lanciare missili su Israele. La richiesta per gli israeliani era di fermare la costruzione di nuove comunità in Cisgiordania e di non sparare sui manifestanti non armati.
Sulla rivista liberal obamiana ma filo israeliana New Republic è stato pubblicato un articolo che spiega come Mitchell sia la “persona perfetta per non risolvere il conflitto arabo israeliano” e non solo perché in Israele è probabile che vinca le elezioni il leader falco del Likud Bibi Netanyahu. Mitchell, si legge su New Republic, è convinto che si debba trovare una soluzione equilibrata, una via di mezzo che possa essere accettata anche se non entusiasticamente da tutte e due le parti. Questo tipo di approccio trova grandi estimatori, ma nel recente passato non ha portato a grandi risultati e comunque deve fare i conti con la posizione ufficiale di Obama, di Hillary e del suo consigliere Dennis Ross secondo cui con Hamas non si tratta, se non rinuncia alla violenza, non riconosce Israele e non si adegua agli accordi del passato. Abe Foxman, il direttore dell’Anti-Defamation League, è arrivato a dire che è “preoccupato” proprio perché Mitchell è “meticolosamente imparziale”, una parola in “codice”, secondo Foxman, per favorire i palestinesi e fare una falsa equazione tra l’intransigenza israeliana sugli insediamenti e il terrore palestinese: “Non sono sicuro che la neutralità sia un grande valore. Gli svizzeri erano neutrali”.
La sfida di Holbrooke non sarà più facile di quella di Mitchell. La differenza tra i due è che Holbrooke, 67 anni, non è il tipo di diplomatico che cerca di restare neutrale e i suoi modi sono spesso ruvidi e divisivi. Il successo degli accordi di Dayton con cui nel 1995 si è conclusa la guerra etnico-religiosa bosniaca si deve, per esempio, al fatto che in quell’occasione gli americani guidati da Holbrooke si sono schierati decisamente a favore della Bosnia. Quell’accordo di pace è stato recentemente macchiato dall’accusa di aver siglato, nel 1996, un accordo segreto con Radovan Karadzic, il leader dei serbi bosniaci accusato di genocidio, con cui gli avrebbe garantito di non finire davanti al tribunale sui crimini di guerra dell’Aia in cambio del ritiro a vita privata. Holbrooke ha negato l’accusa, peraltro formulata dallo stesso Karadzic quando è stato catturato l’estate scorsa. Holbrooke, inoltre, è stato inviato da Clinton a Belgrado per consegnare l’ultimatum a Slobodan Milosevic, poco prima del bombardamento Nato. Ora dovrà convincere i governi afghano e pachistano, che si guardano in cagnesco, a combattere insieme contro al Qaida e i talebani.
Mitchell e Holbrooke, malgrado gli approcci diversi, incontreranno le stesse difficoltà nell’affrontare questioni così delicate, ma alla fine a determinare l’esito, più che il loro passato, sarà l’indicazione politica che riceveranno dalla Casa Bianca.

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