Camillo di Christian RoccaTutti gli oneri del presidente

New York. Da martedì prossimo, subito dopo il giuramento che lo farà diventare il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama assumerà il comando della politica estera e si occuperà direttamente della crisi economica americana. Roba, di questi tempi, da far tremare i polsi anche a un politico freddo e tranquillo come l’ex senatore dell’Illinois, al punto che i comici televisivi si divertono a raccontare che la prima cosa che potrebbe fare, non nei primi cento giorni alla Casa Bianca, ma nei primi cento minuti, è chiedere a John McCain se fosse ancora interessato a quel lavoro.
Obama, però, avrà anche un altro problema, come si comincia a intuire dalle interviste di questi giorni e da un certo nervosismo dei giornali che lo sostengono: dovrà mostrarsi al suo elettorato e al mondo come il presidente che cambia radicalmente l’approccio di George W. Bush e Dick Cheney alle questioni di sicurezza nazionale (e non solo), ma allo stesso tempo dovrà trovare il modo di mantenere silenziosamente quegli strumenti, quelle politiche e quell’incremento del potere esecutivo che in questi anni hanno scandalizzato la sinistra americana, ma anche permesso di combattere il terrorismo, di smantellare il network di al Qaida e di evitare un’altra strage islamista in America.
Non solo. In campagna elettorale Obama ha promesso solennemente che la sua politica estera cambierà toni e contenuti, ma a pochi giorni dall’ingresso nello Studio Ovale appare evidente che, sul medio oriente e sull’Iran, non potrà essere molto diversa rispetto a quella di Bush, cioè in continua tensione tra ispirazione ideale e scelte pragmatiche.
La posizione obamiana su Israele e Hamas è identica a quella di Bush, Israele ha il diritto di difendersi e Hamas è un’organizzazione terrorista. Sull’Iraq non c’è più differenza, dopo la retorica infuocata della campagna elettorale. Oggi è improbabile che Obama smantelli l’accordo politico e militare raggiunto tra Bush e gli iracheni, anche perché se per effetto di un cambio di rotta dovesse peggiorare la situazione di relativa pacificazione attuale, creata dal “surge” di Bush e Petraeus, la responsabilità sarebbe tutta del nuovo presidente.   
(segue dalla prima pagina) La questione Iran, in teoria, è quella su cui Barack Obama dovrebbe poter esercitare il suo nuovo e più consensuale approccio alle crisi internazionali. Ma anche in questo caso sarà difficile notare un vero e proprio cambiamento radicale. I giornali di questi anni hanno raccontato una politica di Bush aggressiva e bellicosa rispetto alle mire atomiche degli ayatollah di Teheran. In realtà, prima segretamente e poi apertamente, l’Amministrazione Bush ha condotto trattative di vario livello con l’Iran, prima sull’Afghanistan, poi sull’Iraq e, attraverso l’Onu e gli europei, anche sull’arricchimento dell’uranio. I giornalisti pistaioli alla Seymour Hersh del New Yorker hanno svelato un mese sì e l’altro pure l’intenzione bushiana di attaccare da un momento all’altro l’Iran, ma due giorni fa si è scoperto che Bush ha rifiutato di fornire al governo israeliano le bombe di profondità che Gerusalemme chiedeva per bombardare il principale sito nucleare iraniano.
Obama continuerà a perseguire con maggiore fiducia di Bush la strada diplomatica e la stampa lo sottolineerà con un’enfasi che è stata negata alle analoghe iniziative di questi anni, ma l’obiettivo finale anche di questo presidente degli Stati Uniti è fermare la corsa iraniana al nucleare, non evitare un intervento armato. Obama dice sempre che gli ayatollah atomici sono una minaccia grave e seria, proprio come ha ripetuto per anni il suo predecessore.
Sei mesi fa, parlando di fronte ai sostenitori americani di Israele, Obama ha ripetuto tre volte questa frase: “Farò ogni cosa in mio potere per prevenire che l’Iran ottenga l’arma nucleare”.
L’aspetto più delicato, però è un altro. Obama è stato eletto con una piattaforma politica e un consenso popolare decisamente contrari all’architettura giuridica anti terrorismo creata dall’Amministrazione Bush dopo l’11 settembre. I super poteri esecutivi della Casa Bianca in tempo di guerra, le tecniche “intensificate” di interrogatorio, i programmi speciali della Cia e il carcere di Guantanamo sono il lascito di Bush a Obama. Ma a poco a poco il presidente eletto ha cominciato ad ammorbidire la retorica della campagna elettorale e, poche settimane prima delle elezioni, ha addirittura votato a favore del sistema di intercettazioni clandestine contro i presunti terroristi stranieri.
Il vicepresidente Dick Cheney, considerato il vero artefice di queste scelte, ha consigliato Obama di valutare bene le decisioni antiterrorismo di questi anni, prima di cancellarle con un tratto di penna e solo perché in campagna elettorale aveva promesso di farlo. Domenica, alla Abc, Obama ha detto che quello di Cheney “è un ottimo consiglio” e che non è giusto prendere decisioni sulla base di informazioni generiche o di cose dette durante la campagna elettorale. Obama ha ribadito che la sua Amministrazione agirà secondo la legge e che non torturerà, esattamente come ha sempre detto Bush, ma ha rifiutato di promettere la chiusura dei “programmi speciali della Cia” che sono stati al centro delle attività antiterroristiche di questi anni. Del resto, Obama ha appena scelto come senior advisor della Casa Bianca, e vice consigliere per la Sicurezza nazionale, John Brennan, il capo dell’Antiterrorismo della Cia negli anni di Bush.
Su Guantanamo la stessa cosa. Obama ha spiegato che chiudere il carcere militare extraterritoriale “è molto più difficile di quanto molte persone possano pensare”. L’obiettivo è smantellarlo, ma è improbabile che possa essere fatto, come promesso, entro i primi cento giorni della sua presidenza – o addiruttura nella prima settimana, come detto ieri da Associated Press da “fonti vicine al presidente” –   perché resta il problema di che cosa fare con i detenuti che “possono essere molto pericolosi”. Obama è consapevole che questi terroristi non possono essere processati regolarmente, perché le prove contro di loro sono state raccolte in modi e circostanze da non poter reggere in un tribunale federale, “anche se sono vere”. La soluzione, ha detto Obama, è trovare un modo di processarli con le regole di uno stato di diritto, “senza però giungere al risultato di rilasciare persone che vogliono farci saltare in aria”.
I giornali, finalmente liberi dalla sindrome anti bushiana, cominciano a spiegare che alcune delle più controverse decisioni prese da Bush e Cheney saranno difficili da cancellare e che, in passato, anche grandi presidenti come Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman si sono accorti che in tempo di guerra il presidente ha bisogno di esercitare più decisamente i suoi poteri costituzionali.
Il settimanale Newsweek, tra i più tosti contri Bush, nel numero in edicola ieri ha iniziato a cambiare linea: “Il difetto dell’Amministrazione Bush-Cheney – ha scritto – potrebbe essere stato non tanto ciò che ha fatto, ma il modo in cui l’ha fatto”, cioè senza curarsi delle critiche dei media e degli avversari politici. Certamente, si legge per la prima volta su Newsweek, c’è stata “una reazione eccessiva all’arroganza e alla sconsideratezza di Bush e Cheney” e Obama, ora che è al corrente della vera pericolosità della situazione, “difficilmente correggerà eccessivamente gli abusi di Bush”, piuttosto “proverà a trovare una via di mezzo che protegga le libertà civili senza lasciare il paese indifeso”. Newsweek è arrivato a sostenere che non è proprio detto, come si dice comunemente nei circoli liberal, che “la tortura” e le tecniche “intensificate” di interrogatorio non funzionino, riprendendo i timori di vari agenti della Cia preoccupati di non poter usare gli strumenti che fin qui hanno funzionato e che, spiega Newsweek, ora il presidente Obama potrebbe prendere in considerazione.
    Christian Rocca

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