Camillo di Christian RoccaThat's it/33

New York. “Isabella’s”, ristorante italiano all’angolo tra la Settantasettesima e Columbus avenue. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina una zuppa di funghi, un piatto di asparagi grigliati e un risotto con gamberi, cozze, capesante e salsiccia. Elettore, finanziatore e militante democratico e di Barack Obama, Zerlenga fa un’analisi spietata dei primi giorni della nuova era obamiana. “Finalmente – dice – s’è capito che Obama non è un messia, ma un politico come tutti gli altri, senza nessun potere magico, senza nessun misticismo intorno alla sua presidenza”. Zerlenga nota come al Congresso il piano di rilancio dell’economia porti più la firma di Nancy Pelosi che quella di Obama: “Il Partito democratico, come vuole la tradizione, non è agli ordini di Obama, non esegue le sue disposizioni, fa politica e cura i propri interessi. E l’interesse dei deputati è di essere rieletti tra meno di due anni, non di assecondare le richieste della Casa Bianca”.
Zerlenga spiega che Obama è diverso rispetto al suo partito, tradizionalmente più portato allo scontro ideologico con i conservatori: “Obama, invece, è uno che vuole mettere insieme tutti gli americani”. A Zerlenga il tentativo piace, ma teme che possa fallire e “in quel caso tra quattro anni sarà certamente fuori dalla Casa Bianca”.
Da ex professore di Storia dell’islam alla Nyu, Zerlenga è deluso dalle prime mosse obamiane di politica estera, soprattutto riguardo al medioriente e all’estremismo islamico. Il prof non crede che Obama smantellerà davvero l’architettura giuridica della guerra al terrorismo creata da Bush e fa notare che nei decreti esecutivi su Guantanamo e sulle tecniche di interrogatorio c’è sempre scritto che comunque tutto è subordinato agli interessi della sicurezza nazionale americana: “Quando c’è di mezzo la sicurezza nazionale si può fare tutto”.
Zerlenga contesta un paio di mosse specifiche di Obama: la telefonata al re saudita e un discorso sulla religione di un paio di giorni fa. “Sull’Arabia Saudita è completamente disinformato e sbaglia: si è congratulato con il re saudita per l’impegno a favore del dialogo interreligioso alle Nazioni Unite. Ma è come se Hitler avesse sponsorizzato conferenze sulla democrazia fuori dalla Germania. Spero – aggiunge – che il presidente non legga soltanto i memo preparati dal Dipartimento di stato, perché quelli sono influenzati dai sauditi”. A questo punto Zerlenga sfodera una citazione di 007, l’agente segreto creato da Ian Fleming, nella speranza che alla Casa Bianca aprano gli occhi: “Goldfinger ha detto: mister Bond, a Chicago dicono che una volta può capitare, la seconda volta è una coincidenza, la terza è un’azione del nemico”.
Obama, dice Zerlenga, fa lo stesso errore che fece Paul Wolfowitz, uno degli architetti della politica mediorientale di Bush. Entrambi, dice il prof, pensano che l’islam sia quello che hanno conosciuto in Indonesia, Obama da ragazzino e Wolfowitz da ambasciatore: “Ma l’islam indonesiano è completamente diverso, non è fanatico, accetta le altre religioni ed è perfino democratico. Soprattutto non è wahabita, come quello saudita. E, allo stesso modo, vorrei ricordarlo a quelli convinti che l’inviato in medioriente George Mitchell possa riuscire a raggiungere un accordo, visto che è stato così bravo in Irlanda del Nord. Ma Hamas non è l’Ira”. C’è una cosa, però, che ha reso Zerlenga felice: “Almeno Obama non ha detto come Bush che l’islam è una religione di pace”. Giovedì, però, in occasione del lancio dell’Ufficio per le attività caritatevoli delle associazioni religiose, Obama ha citato un “hadith”, una citazione di Maometto, secondo cui non si è veri musulmani se non si desidera per i propri fratelli quello che si desidera per se stessi. Commenta Zerlenga: “Intanto gli hadith non fanno parte del Corano e poi Obama evidentemente non sa che con ‘fratello’ intendono fratello musulmano”.

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