Camillo di Christian Rocca"La crisi non è così grave come si pensa"

“La crisi non è così grave come si pensa”, ha detto improvvisamente il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a una tavola rotonda convocata giovedì pomeriggio dalla Casa Bianca con i maggiori dirigenti industriali americani. Dopo mesi di catastrofismo e di scenari da tregenda, Obama è tornato a usare i toni ottimisti e positivi a lui più congeniali, come aveva già fatto nel discorso al Congresso riunito in seduta comune a fine febbraio. Ora il presidente ha detto di essere “altamente ottimista” per il futuro e di fronte alla business community è quasi arrivato a sminuire la portata della crisi economica che soltanto qualche settimana fa, a seguire la sua retorica, sembrava il segnale dell’apocalisse. I dati sulla disoccupazione e le ricerche sulla perdita della ricchezza continuano a essere impressionanti, ma probabilmente la Casa Bianca ha capito che per rassicurare i mercati e il sistema finanziario sia doveroso distillare fiducia, piuttosto che diffondere ulteriore panico. Anche Lawrence Summers, capo degli economisti della Casa Bianca, ha detto che ci sono segnali che la crisi sta cominciando a rallentare, pure se la fine è ancora lontana.
A confortare il nuovo approccio obamiano ci sono alcune notizie in controtendenza rispetto al catastrofismo degli ultimi tempi. Le Borse hanno dato segnali di ripresa, i dati delle vendite al dettaglio sono stabili e decisamente migliori rispetto alle previsioni, giganti bancari come Bank of America e Jp Morgan hanno ricominciato a produrre profitti. Ma sono soprattutto le notizie provenienti da Citigroup ad aver galvanizzato Wall Street. Data per insolvente – “fallita di fatto” – fino a qualche settimana fa, Citigroup ha annunciato di aver registrato profitti nei primi due mesi dell’anno e di prevedere un attivo di 8 miliardi e 300 milioni di dollari nel primo trimestre, la miglior performance da metà del 2007. Di più. Il presidente del gruppo, Richard Parsons, subito dopo l’incontro con Obama, ha detto ai giornalisti che la sua banca non avrà più bisogno di aiuti finanziari da parte del governo di Washington: “Citi è una delle banche meglio capitalizzate del mondo”. L’idea che la banca sarebbe stata nazionalizzata è stata esclusa categoricamente, anche se tra ottobre e dicembre dello scorso anno ha già ricevuto 45 miliardi di dollari pubblici.
Non è soltanto Citigroup a rinunciare ai soldi federali. Altre istituzioni finanziarie, per evitare di dover sottostare a regole troppo strette, ai controlli di Washington e ai vincoli sui compensi dei manager, hanno deciso di rifiutare l’aiuto pubblico che fino a qualche settimana fa sembrava vitale. Alcune banche addirittura stanno pensando di restituire i soldi già ricevuti, il più presto possibile o perlomeno quando Washington avrà fissato le regole per accettare i rimborsi. Tra queste ci sono piccole banche, ma anche grandi colossi come Goldman Sachs e Wells Fargo. Bank of New York restituirà i 120 milioni di dollari ricevuti tre mesi fa. Molti piccoli istituti di credito che avevano chiesto i fondi ora hanno cambiato idea.

Le domande senza risposta
Il neo ottimismo obamiano e le buone notizie finanziarie hanno suscitato comunque scetticismo. I dati dell’economia reale non sono affatto rassicuranti – il pil si è contratto del 6,2 per cento e ogni mese ci sono 600 mila disoccupati in più – e il trionfalismo con cui gli amministratori delegati delle grandi banche annunciano profitti non dà indizi su come si sia usciti dal catastrofismo. Dove sono andati a finire i titoli tossici? Come è possibile che, all’inizio di febbraio, i manager degli istituti di credito abbiano spiegato al Congresso di aver bisogno di fondi pubblici e, dopo un mese, annuncino stabilità e profitti? Nessuno al momento ha fornito spiegazioni.
Alcuni economisti intervistati da Bloomberg hanno invitato alla cautela. Ma i più allarmati ieri erano i cinesi. Il primo ministro di Pechino, Wen Jiabao, ha detto di essere molto preoccupato per la sicurezza degli investimenti cinesi nel debito americano, quantificabili in mille miliardi di dollari. Il leader cinese ha chiesto all’Amministrazione Obama di fornire una qualche garanzia per l’investimento: “Il presidente Obama e il suo governo – ha detto Jiabao – hanno adottato una serie di misure per affrontare la crisi finanziaria. Abbiamo aspettative sull’efficacia di queste misure. Abbiamo prestato agli Stati Uniti un’enorme quantità di denaro e siamo ovviamente preoccupati sulla sicurezza dei nostri asset. A essere onesto, sono sul serio un po’ preoccupato”.

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