Camillo di Christian RoccaLa rabbia populista

Uno dei personaggi di “Furore”, il capolavoro di John Steinbeck ambientato negli anni della Grande Depressione, si chiama Muley Graves. Nella versione cinematografica del romanzo, realizzata nel 1940 da John Ford, a un certo punto Graves non riesce a capire con chi prendersela per essere stato costretto ad abbandonare la terra che coltivava in seguito al pignoramento della fattoria. Gli dicono che non è colpa dello sceriffo, che non c’entrano né l’agente immobiliare né la banca di Tulsa: “E quindi – chiede Graves – noi a chi dobbiamo sparare?”.
L’attuale crisi finanziaria non ha provocato i disastri sociali della Grande Depressione, ma la rabbia degli americani per le ingiustizie e le ineguaglianze emerse in quesi mesi è tornata a essere un fattore politico importante, capace di influenzare e, secondo molti osservatori, in grado anche di travolgere Washington. In tempi di piena, l’indomabile ottimismo degli americani valuta le enormi ricchezze dei pochi fortunati come una prospettiva alla portata di tutti, come un’opportunità che con i giusti sacrifici prima o poi capiterà anche a chi si trova in difficoltà.
Quando c’è la crisi, e si diffonde il timore di una catastrofe economica anche personale, diventa più difficile digerire la perdita del lavoro e della casa a fronte del pagamento con i propri soldi dei mega bonus miliardari alle stesse persone che hanno creato o cavalcato il disastro finanziario. E’ successo negli anni Trenta, sta succedendo adesso, con le medesime declinazioni politiche. Allora è riemerso il populismo, nato in realtà nel secolo precedente. Oggi questo sentimento antipolitico torna a farsi sentire e a bussare alla porta di Washington, come dimostrano il voto alla Camera per tassare al 90 per cento i bonus dei manager dell’Aig, e le inchieste giudiziarie un filino demagogiche di Andrew Cuomo, il procuratore di New York in cerca di radiosa carriera politica e che, peraltro, in passato è stato l’esecutore delle politiche pro casa dei clintoniani.
A differenza del personaggio di “Furore”, l’americano medio ha individuato i responsabili delle proprie difficoltà, ovvero i banchieri di Wall Street e i truffatori come Bernie Madoff, ma è ancora incerto se tramutare questa rabbia ben radicata nella tradizione americana anche sulla politica, sui governanti, sulla Casa Bianca. Da qui la grande preoccupazione di Barack Obama, in queste settimane particolarmente attento a restare in equilibrio tra le pressanti richieste populiste e le dovute rassicurazioni all’establishment finanziario. I sondaggisti della Casa Bianca confermano che gli americani accusano le istituzioni finanziarie e non sono così convinte che sia giusto aiutarle con i soldi pubblici. “In corso c’è una ribellione – ha detto lo stratega obamiano David Axelrod – ma a Wall Street tutti sanno che i giorni di Gordon Gekko (il protagonista del film di Oliver Stone “Wall Street”, ndr) sono finiti”. Obama ha provato a spiegare che “non si governa con la rabbia” e ha anche fatto sapere a Wall Street di aver limato il discorso di fine febbraio che gli avevano preparato i suoi speech writer. “Gli americani sono giustamente arrabbiati”, c’era scritto nella versione originale, frase poi scomparsa nel testo finale. Col passare dei giorni e l’intensificarsi della rivolta popolare, Obama ha cambiato toni e registro. Si è posto su una linea decisamente più populista, accusando il predecessore, la bella vita dei banchieri e i loro bonus, fino a dire che “la gente ha il diritto di essere arrabbiata. Sono arrabbiato anch’io”.
“I contadini stanno assaltando la Bastiglia – ha scritto Gary Kamiya su Salon – I bonus dell’Aig sono il momento ‘se il popolo ha fame, dategli le brioche’ e l’Antico regime sta tremando all’interno delle sue ville recintate”. Frank Rich, editorialista del New York Times, ha scritto che “la gran parte degli americani continua a non capire perché le banche ricevono miliardi mentre non si fa nulla per salvare chi ha perso la casa, il lavoro e i risparmi pensionistici”.
I deputati di Washington, la cui permanenza nelle stanze del potere è sottoposta a una conferma elettorale ogni due anni, sono tempestati da elettori che virtualmente imbracciano i forconi della protesta come in una versione arrabbiata del celebre dipinto “American Gothic” di Grant Wood (del 1930, appunto). Le avvisaglie di questa rivolta populista contro la politica si erano già avute in campagna elettorale. I leader democratici, da Obama a Hillary Clinton, hanno abbandonato la retorica pro Wall Street e aumentato il volume sul protezionismo commerciale. L’ondata contro Sarah Palin, la candidata vicepresidente di John McCain, è diventata irresistibile appena è scoppiato lo scandalo sulle decine di migliaia di dollari spesi dal Partito repubblicano per vestirla. McCain non s’è più ripreso dal momento in cui non ha saputo rispondere sul numero di case di proprietà. “L’idraulico Joe” è diventato leader politico, assieme al “muratore Tito”, ma la rabbia populista ha travolto anche Tom Daschle, l’ex senatore che Obama aveva scelto per riformare la sanità americana, costretto a lasciare per non aver denunciato al fisco un autista, una macchina di lusso e vari benefit forniti da grandi lobby.
La classe media è pesantemente colpita dalla crisi, molto più dell’equivalente ceto europeo che perlomeno può contare su un “welfare state” più protettivo ed esteso. Negli ultimi mesi, l’americano medio non solo ha perso il posto di lavoro (seicentomila ogni trenta giorni), non ha dovuto subire soltanto il crollo del valore, se non il pignoramento, della propria abitazione, ma ha visto anche raddoppiare il costo dell’assicurazione sanitaria, dimezzare i risparmi pensionistici vincolati all’andamento della borsa e svanire i fondi riservati all’istruzione dei figli. Un altro effetto concreto della crisi, ha scritto l’Economist, è la diminuzione della mobilità interna, uno dei pilastri del sogno americano.
Tom Joad, l’eroe di Steinbeck e più recentemente di Bruce Springsteen, quando ha perso il possesso della sua fattoria in Oklahoma, ha provato a ricominciare una vita in Californa. Come Tom Joad hanno fatto intere generazioni di americani. Ora è più complicato perché gli Stati Uniti sono diventati una nazione, più simile a quelle europee, di proprietari di case che in molti casi oggi valgono meno degli interessi dovuti alle banche. In queste condizioni spesso è impossibile vendere l’abitazione e quindi spostarsi in un’altra città o in un altro stato (la percentuale di chi ha cambiato casa tra il 2007 e il 2008 è dell’11,9 per cento, il dato più basso da quando nel 1940 si è cominciato a registrarlo). C’è anche l’assicurazione sanitaria a minacciare la mobilità, spiega l’Economist: le aziende godono di benefici fiscali nel fornire l’assicurazione sanitaria ai dipendenti, ma i singoli individui no. Con il costo delle polizze sempre più alto, e l’assistenza quasi sempre fornita dal datore di lavoro, gli americani sono più restii a lasciare un lavoro che garantisce a tutta la famiglia la copertura sanitaria.
Malgrado i salari bloccati, per anni il ceto medio americano ha ignorato la situazione perché il valore delle case, grazie alle politiche clintoniane e bushiane a favore delle abitazioni e quelle di Alan Greenspan sul credito facile, cresceva a ritmi vertiginosi. L’economia andava bene e ogni possibile accenno di rabbia sociale, come ha scritto il saggista liberal Thomas Frank in “What’s the matter with Kansas”, è stato reindirizzato da strateghi politici come Karl Rove al fine di rinfocolare la “guerra culturale” sui temi etico-religiosi. Frank sostiene che l’America rurale sia stata convinta a votare su Dio, sulle armi e sui gay anziché ribellarsi, come avrebbe dovuto, alle politiche pro business e antipopolari del Partito repubblicano. La crisi finanziaria di fine 2008 e l’espressa volontà obamiana di dichiare conclusa la guerra culturale americana hano facilitato l’esplosione della rabbia populista.
Il movimento populista americano è nato alla fine dell’Ottocento nelle piccole città e nelle miniere in contrapposizione ai grandi proprietari, ai banchieri e alle corporation. A un certo si è pure fatto partito, ma in realtà il populismo è vivo nella tradizione statunitense fin dagli albori della Repubblica, almeno dalla “wiskhey rebellion” del 1791 scoppiata contro la decisione dell’Amministrazione di George Washington di tassare il whiskey per pagare il debito nazionale. Le rivolte populiste sono una costante della storia americana, nascono da fatti specifici, spesso legati alla sicurezza nazionale o all’ingiustizia sociale, e finiscono quasi sempre per essere assorbite dai meccanismi democratici. Negli anni Trenta, quando gli uomini di Franklin Delano Roosevelt dicevano che il paese era molto più radicale dei suoi governanti, la rabbia populista cresciuta assieme alla crisi economica ha sfidato i plutocratic di sinistra e di destra con due grandi personaggi che hanno interpretato le lagnanze economiche dei “piccoli uomini”.
Il governatore della Louisiana Huey Long, interpretato al cinema da Sean Penn, voleva redistribuire la ricchezza (una frase usata in campagna elettorale anche da Obama), confiscare i grandi patrimoni e fare di ogni cittadino un Re. Long avrebbe dovuto sfidare Roosevelt, a capo di un movimento populista, ma è stato ucciso prima delle elezioni del 1936. L’altro grande intercettatore della rabbia popolare dell’epoca, ma di destra, è stato Charles Coughlin, un prete cattolico i cui strali radiofonici contro i banchieri internazionali, gli atei e la lobby ebraica vicina a Roosevelt sono alla base del moderno sentimento antielitario che da Joseph McCarthy nei decenni successivi, fino a Sarah Palin alle scorse elezioni, è ancora ben radicato nella destra conservatrice americana.
Il paradosso è che a cavalcare la nuova rivolta popolare 2009 contro i padroni del vapore sia proprio Barack Obama, ovvero il campione dell’elitarismo illuminato, il leader dell’America delle classi istruite in eterna lotta con quella parte politica accusata di sfruttare la paranoia populista per denigrare i premi Nobel ed esaltare l’acume finanziario di idraulici, muratori e gente comune. Una posizione resa ancora più improbabile dai consolidati rapporti del team economico della Casa Bianca con Wall Street.
Obama gode sempre di grande popolarità e consenso, intorno al sessanta per cento, ma decisamente in ribasso a mano a mano che cresce il discontento popolare per le misure governative anticrisi. Il presidente è spaventato da questo nuovo e diffuso sentimento demagogico, reso ancora più pericoloso da una incoerenza ideologica. Ma non può fare a meno di domarlo, per non esserne travolto. Così prova a mediare tra Wall Street, la strada della finanza, e Main Street, la strada commerciale dell’America extraurbana. La paura di Obama è che la rabbia populista possa travolgere il suo programma politico e la sua presidenza, anche se in teoria gli lascia aperta la possibilità di riformare radicalmente in senso più equo il capitalismo americano. Al momento, secondo l’economista Luigi Zingales, il risultato è ambiguo: il via libera di Obama “all’esproprio proletario” dei bonus risponde a un’esigenza populista, mentre il piano di salvataggio delle banche rappresenta un grande favore a Wall Street.
di  Christian Rocca

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