Camillo di Christian RoccaPresidenza sette più

New York. Barack Obama ha festeggiato con una conferenza stampa in diretta televisiva i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, la pietra miliare politico-giornalistica che dai tempi di Franklin Delano Roosevelt (1933) impone ai presidenti di trarre un primo bilancio del mandato. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha dato all’Amministrazione un voto da sette più (“B+”), ma è troppo presto per trarre conclusioni.

New York. Barack Obama ha festeggiato con una conferenza stampa in diretta televisiva i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, la pietra miliare politico-giornalistica che dai tempi di Franklin Delano Roosevelt (1933) impone ai presidenti di trarre un primo bilancio del mandato. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha dato all’Amministrazione un voto da sette più (“B+”), ma è troppo presto per trarre conclusioni.
Una cosa certa c’è: il democratico Obama ha relegato il Partito repubblicano all’irrilevanza politica, sia al Congresso sia nel paese. La defezione del settantanovenne senatore repubblicano moderato della Pennsylvania Arlen Specter, passato ai democratici, è il segnale più chiaro. Specter ha lasciato il partito perché i sondaggi delle primarie repubblicane lo davano sotto di ventuno punti dietro a un conservatore doc, a dimostrazione che il partito si è spostato decisamente a destra. La scelta di Specter, assieme al probabile insediamento di Al Franken come senatore del Minnesota, dà ai democratici la super maggioranza di sessanta senatori, capace di evitare l’ostruzionismo dei repubblicani previsto dai regolamenti di Capitol Hill.
Obama dovrà ricordarsi della lezione del 1976, l’ultima volta che un partito ha avuto una maggioranza così ampia, sprecata da Jimmy Carter e sfociata in una sconfitta due anni dopo e nel trionfo di Ronald Reagan nel 1980.

Il presidente non sembra correre questi pericoli e, al momento, l’unica speranza dei repubblicani è che l’economia continui ad andare male e che le ricette di Obama peggiorino la situazione. In realtà, ora, Obama davanti a sé non ha più ostacoli per far approvare il suo ambizioso programma di avvicinamento dell’America al modello socialdemocratico europeo e completare il processo cominciato con il New Deal di Roosevelt nel 1933 e continuato con la Great Society di Lyndon B. Johnson nel 1965. Grazie alla super maggioranza di cui potrà disporre, il presidente potrà far approvare l’assicurazione sanitaria universale e garantire alla classe media tutta una serie di diritti, a cominciare dall’istruzione universitaria. Nominare giudici liberal nelle corti federali, a tutela del nuovo approccio, sarà una passeggiata, così come tassare le grandi aziende che emettono gas inquinanti. “Oh, e nel frattempo, vuole anche sistemare il sistema finanziario, guidare l’industria automobilistica e costruire in tutto il paese un sistema ferroviario ad alta velocità. E il settimo giorno, si riposa”, ha scherzato, ma mica tanto, l’editoriale del Wall Street Journal di ieri.
Resta improbabile che Obama possa ottenere tutto ciò o che trovi i soldi per pagare le sue proposte, ma la via è spianata. I repubblicani sono alle corde, sono un partito regionale, arroccato nel profondo sud, che allontana le minoranze, spaventa gli indipendenti e crede che sia intelligente alienarsi l’elettorato ispanico. La vecchia “grande tenda” ideata da Reagan sotto cui trovavano rifugio conservatori, moderati, libertari è stata abbattuta da un revanscismo di destra che non solo non si accorge di essere minoritario, ma è convinto di essere “maggioranza silenziosa” e crede che l’unico modo per emergere sia di alzare la voce e serrare le file. I leader sono i conduttori radiofonici come Rush Limbaugh, compiaciuti che Specter se ne sia andato e speranzosi che altri moderati come John McCain possano seguirlo.
(articoli sui cento giorni di Obama a pagina tre)

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