Camillo di Christian RoccaI conservatori cercano una via contro la crisi (la loro)

New York. Il Partito repubblicano americano s’è sbriciolato, è a corto di leader e di idee. A Washington non conta più niente, specie dopo aver perso il senatore Arlen Specter, passato ai democratici.

New York. Il Partito repubblicano americano s’è sbriciolato, è a corto di leader e di idee. A Washington non conta più niente, specie dopo aver perso il senatore Arlen Specter, passato ai democratici. Il movimento conservatore è ridotto a quaranta senatori e ha perso l’ultima arma che gli era rimasta, quella dell’ostruzionismo al Senato, con cui perlomeno poteva contrattare con la maggioranza e con la Casa Bianca. I repubblicani non hanno una linea alternativa sulla crisi economica, se non quella di dire no a ogni intervento pubblico, proprio mentre gli elettori chiedono maggiore protezione sociale. Al mondo conservatore resta soltanto l’apporto spirituale del Dalai Lama (“sto sempre dalla parte della minoranza, quindo sto più con i repubblicani), e la poco rassicurante speranza che le ricette di Obama non funzionino o che il presidente inciampi su qualche questione di sicurezza nazionale, un po’ come i liberal si sono augurati il fallimento di Bush in Iraq.
Il quadro è da ground zero, le prospettive per le prossime elezioni di metà mandato del 2010 sono pessime, ma la situazione è talmente disastrosa che il dibattito sul futuro del Grand Old Party si è avviato per forza d’inerzia. Il punto di discussione è tra chi dice che ci vogliono nuove idee, anche se non sa ancora quali possano essere, chi sostiene che invece bisogna tornare a essere fedeli a quelle vecchie e chi, infine, spiega che i principi tradizionali dell’era Reagan sono ancora buoni ma andrebbero formulati in modo nuovo e attuale. Tra questi c’è lo stratega Frank Luntz, autore di un memo di 26 pagine che sta facendo discutere i circoli politici della capitale. Luntz invita i repubblicani a schierarsi in modo appassionato, a favore delle riforme: “Lo status quo non è più accettabile. Se la dinamica diventa ‘Obama è a favore delle riforme e i repubblicani contro’ la battaglia è persa”.
Il più brillante, come sempre, è il columnist conservatore del New York Times David Brooks. I repubblicani, ha scritto, amano i film western, gli eroi robusti, coraggiosi e individualisti alla John Wayne, gente come Barry Goldwater e Ronald Reagan, George W. Bush e Sarah Palin, ma non si rendono conto che il più grande dei registi di western, John Ford, non celebrava l’individualismo, ma l’ordine civico, la capacità di costruire nuove comunità, di fondare una chiesa, di assumere insegnanti: “Se i repubblicani avessero davvero imparato la lezione giusta dai film western, o perlomeno dai western di John Ford, non sarebbero il partito della libertà incondizionata e della massima scelta individuale. Sarebbero il partito della comunità e dell’ordine civico”. I conservatori, per rinascere, dovrebbero parlare meno di mercato e più di società, meno di redditi e più di qualità della vita: “Invece celebrano il capitalismo, che è un mezzo, e non riescono a parlare di qualità della vita, che è il fine”.
L’altro opinionista conservatore del Times, Ross Douthat, sostiene che il partito di Reagan era quello dell’innovazione, ma trent’anni dopo si è calcificato nello stesso modo in cui i liberal erano rimasti appesi alle idee della generazione precedente: “Il Partito repubblicano ha bisogno di una sua versione di neoliberal e New democrats – politici riformatori come Gary Hart e Bill Clinton che hanno aiutato il loro partito a recuperare dall’era Reagan, invece che semplicemente sopravvivere”. La speranza dei conservatori è riposta in tre o quattro governatori, come Mitch Daniels dell’Indiana, Tim Pawlenty del Minnesota, Bobby Jindal della Louisiana e Jon Huntsman dello Utah. Il mormone Huntsman, riformatore, centrista e favorevole alle unioni gay, è l’uomo di cui si parla di più e anche importanti strateghi del Partito democratico, come l’obamiano David Plouffe, o editorialisti liberal, come Frank Rich del Times, sembrano subirne il fascino.
In una pizzeria fuori Washington, si è costituito un nuovo gruppo, il National Council for a New America, guidato dal giovane ed emergente deputato Eric Cantor. Con lui ci sono il mormone Mitt Romney, Sarah Palin e Jeb Bush. Il fratello dell’ex presidente ha chiesto al partito di liberarsi della “nostalgia per l’era Reagan”, ma gli sono arrivate le critiche di uno dei leader della destra religiosa, Tony Perkins. Il capo del Family research council ha notato che il nuovo gruppo parla di economia, sanità, istruzione, energia, sicurezza nazionale, ma non dice una parola sull’aborto e sulle questioni etiche. (chr.ro)

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