Camillo di Christian RoccaMeno copie è meglio, la strana rivoluzione di Newsweek

New York. Il settimanale americano Newsweek, assieme al Time una delle riviste di informazione più importanti del pianeta, lunedì mattina è uscito in edicola completamente rinnovato, non soltanto nella grafica e in parte anche nei contenuti, ma soprattutto nella formula editoriale.

New York. Il settimanale americano Newsweek, assieme al Time una delle riviste di informazione più importanti del pianeta, lunedì mattina è uscito in edicola completamente rinnovato, non soltanto nella grafica e in parte anche nei contenuti, ma soprattutto nella formula editoriale. Il tempo dirà se il quarantenne direttore Jon Meacham sia riuscito a elaborare la ricetta per salvare i settimanali dal loro declino, oppure se abbia addirittura accelerato la loro fine.
Il nuovo Newsweek non è più un contenitore omnibus, attento a riassumere le notizie della settimana, ma un magazine di letture e analisi sul modello dell’Economist o delle riviste più prettamente politiche, ma con poche migliaia di lettori, come New Republic. Sarà raro trovarne una copia dal dentista o vedere qualcuno sfogliarlo in riva al mare. Sono scomparse le tradizionali pagine di politica, esteri, economia, scienze, spettacoli eccetera e gli articoli sono stati sistemati in quattro ampie sezioni: la prima di notizie brevi sulla settimana successiva, la seconda di opinioni, la terza di lunghe inchieste e mini saggi, la quarta di approfondimento culturale. La presentazione grafica è la parte più debole del progetto, scialba, poco accattivante e simile a quella dei mensili culturali, con poche fotografie e molto testo.
E’ difficile immaginare come un prodotto di questo tipo, così alto e intellettuale, possa rappresentare il rilancio di un settimanale che comunque oggi vende oltre due milioni e mezzo di copie. Tanto più che l’obiettivo dichiarato di Meacham è di dimezzare le copie, non aumentarle. “Mi rendo conto di quanto sia difficile da spiegare e anche in redazione non lo capiscono”, ha detto al Washington Post, ma l’idea è fare un prodotto di nicchia, diminuire i costi di gestione, aumentare il prezzo di copertina e sperare che gli investitori pubblicitari valutino il peso dei lettori di fascia alta in modo diverso rispetto a quello di chi acquista un prodotto di massa. I lettori, ha detto Meacham al New York Observer, saranno persone interessate alla politica, al mondo, all’economia e alla cultura sia alta che bassa, “gente seria che non si prende molto sul serio”. Il prezzo di copertina è già aumentato di un dollaro (5,95), gli abbonamenti a prezzi stracciati diventeranno più onerosi e all’inizio del 2010 il settimanale proverà ad assestarsi sul milione e mezzo di copie, meno della metà di quanto vendeva fino a poco tempo fa.
L’attenzione sul nuovo Newsweek, magazine di proprietà del gruppo Washington Post nato 76 anni fa, è giustificata dalla situazione finanziaria catastrofica in cui versa l’industria editoriale americana, con quotidiani storici che si avviano ogni giorno verso la chiusura (il prossimo potrebbe essere il Baltimore Sun) e istituzioni come il New York Times così malconce da rischiare scalate a prezzi di saldo. Il nuovo Newsweek è il primo vero tentativo – o l’ultimo, come temono i pessimisti – di innovare l’ormai obsoleta formula dei settimanali di inchiesta, la più colpita dai ritmi istantanei dell’informazione digitale e dalla conseguente settimanalizzazione dei quotidiani. Meacham, fresco vincitore di un Pulitzer per un saggio storico sul presidente Andrew Jackson, definisce la sua creatura un mensile che esce tutte le settimane e crede che questo sia l’unico modo per far mantenere ai settimanali una centralità nel dibattito politico e culturale degli Stati Uniti. Si chiude anche il capitolo della rivalità – definita da Meacham “da Guerra fredda” – con Time, che oggi vende più di tre milioni di copie e sembra soffrire di meno.
Il Newsweek attuale, malgrado le due milioni e seicentomila copie vendute ogni settimana, ha già perso dieci milioni di dollari nel primo trimestre dell’anno. Per evitare la chiusura si è pensato fosse meglio rivoluzionare il concetto stesso di newsmagazine, contenendo i costi, aumentando il prezzo e mantenendo un nucleo fedele di lettori benestanti e interessati ai dibattiti politico-culturali, più che alle notizie.

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