Camillo di Christian RoccaObama parla di Guantanamo per sedare la rivolta dei liberal

New York. La questione Guantanamo e la continuazione della guerra al terrorismo sta sfuggendo dalle mani del presidente Barack Obama, sotto i colpi delle critiche dell’ex vicepresidente Dick Cheney, dei crescenti malumori dei senatori e dei deputati del suo stesso partito e delle critiche dell’ala sinistra dello schieramento che lo ha eletto alla Casa Bianca.

New York. La questione Guantanamo e la continuazione della guerra al terrorismo sta sfuggendo dalle mani del presidente Barack Obama, sotto i colpi delle critiche dell’ex vicepresidente Dick Cheney, dei crescenti malumori dei senatori e dei deputati del suo stesso partito e delle critiche dell’ala sinistra dello schieramento che lo ha eletto alla Casa Bianca. Obama cercherà di rimediare oggi, con un importante e atteso discorso al paese, convocato soltanto due giorni fa e in curiosa concomitanza con un già annunciato intervento di Cheney all’American Enterprise Institute esattamente su questi temi.
Obama cercherà di spiegare in modo chiaro e coerente la sua strategia antiterrorismo e di farvi rientrare le controverse decisioni di sicurezza nazionale che ha preso in queste settimane: dalla pubblicazione dei memo legali sugli interrogatori al mantenimento del segreto di stato sulle fotografie, dal recupero dei tribunali militari di Guantanamo alla negazione del diritto di ricorrere a una corte per chi viene catturato in battaglia.
La questione più pericolosa per la Casa Bianca è quella del futuro di Guantanamo. Al suo secondo giorno di presidenza, Obama ha firmato un ordine esecutivo con cui ha deciso la chiusura entro il gennaio del 2010 del carcere militare. Contemporaneamente ha ordinato una revisione dei dossier sui 241 detenuti per capire che cosa farne una volta chiuso il carcere situato nella base navale.
Col passare dei giorni e delle settimane, l’Amministrazione Obama si è resa conto che una cosa è criticare le scelte antiterrorismo compiute da Bush, un’altra riuscire a trovare un’alternativa valida. Obama ha provato a riformulare l’architettura giuridica della guerra al terrorismo elaborata dal suo predecessore, in modo da poter mostrare un taglio netto col passato, ma avendo cura di lasciare in piedi quasi tutti gli strumenti che negli anni precedenti hanno consentito di difendere il paese da ulteriori attacchi terroristici e di stare all’offensiva contro al Qaida. Lo schema ha funzionato per un paio di mesi e ha consentito a Obama di ottenere da una parte consensi e dall’altra di non ricevere critiche dai conservatori. La situazione è cambiata con la pubblicazione dei pareri sugli interrogatori Cia ai detenuti di al Qaida.
Il team Obama era diviso sulla pubblicazione di quei documenti, ma alla fine ha prevalso la convinzione che rendendoli pubblici si sarebbe chiusa una volta per tutte la questione. E’ successo esattamente il contrario, come aveva previsto il direttore della Cia Leon Panetta. La sinistra e i giornali liberal non si sono accontentati e intravedendo un’esitazione dell’Amministrazione hanno cominciato a chiedere la pubblicazione di altri documenti e l’istituzione di commissioni d’inchiesta, mentre il mondo conservatore ha trovato, grazie a Cheney, un tema serio su cui criticare il presidente. La giravolta sulle foto degli interrogatori Cia – prima promesse, poi segretate – più il ripristino delle corti speciali militari di Guantanamo volute da Bush che Obama aveva sospeso al suo secondo giorno alla Casa Bianca hanno confermato l’assenza di un piano coerente e l’incapacità di elaborare un’alternativa alla linea Bush.

Nessun terrorista sul suolo americano
Il discorso di Obama risponde a tutto ciò e indirettamente proverà anche a togliere dai guai la speaker della Camera Nancy Pelosi, la prima vittima della decisione di pubblicare i memo bushiani sulle tecniche di interrogatorio. E’ Guantanamo, però, la ragione principale del discorso del presidente. Il 4 maggio scorso i deputati democratici hanno votato no alla richiesta dei fondi per chiudere il carcere e dislocare altrove i detenuti, un centinaio dei quali non potrà essere né liberato né trasferito all’estero. Ieri è stato il Senato, con un voto schiacciante e bipartisan: 90 a 6, a bocciare la richiesta di Obama per finanziare la chiusura di Guantanamo, in mancanza di un piano preciso fornito dall’Amministrazione. I democratici, e anche qualche repubblicano, restano favorevoli alla chiusura del carcere, ma non vogliono i terroristi in territorio americano e su questo sono disposti a sfidare il presidente perché in gioco c’è il loro seggio, messo a rischio dalla possibile rivolta degli elettori. Il leader democratico al Senato, Harry Reid, ha detto che non permetterà in nessun modo il trasferimento in America dei detenuti, poi un suo portavoce ha cercato di limitare i danni. Anche il capo dell’Fbi di Obama, Robert Mueller, ha detto nel corso di un’audizione al Senato che sarebbe pericoloso portarli in America. Il senatore democratico della Virginia, Jim Webb, è stato il primo a dire chiaramente che forse è meglio non chiudere Guantanamo. Col discorso di questa mattina, alle 10 ora di Washington, Obama dovrà convincerli tutti.

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