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Siamo alle solite. Ogni volta che si parla di riforme il dibattito appare inevitabilmente inquinato dalla presenza ingombrante di Berlusconi. Così, quando si parla di giustizia, di università, di f...

Siamo alle solite. Ogni volta che si parla di riforme il dibattito appare inevitabilmente inquinato dalla presenza ingombrante di Berlusconi. Così, quando si parla di giustizia, di università, di federalismo, il buono di alcune proposte viene inesorabilmente spazzato via da leggi ad personam, tagli lineari, interessi localistici di volta in volta tutelati o blanditi. É questo il dramma attuale della politica italiana.
Lo stesso discorso vale per la previdenza. Una questione di capitale importanza e di enorme impatto sociale viene triturata nella cronaca thriller sulla manovra, con relativo inserimento e annullamento di misure che riguardano la vita di milioni di italiani. Un procurato allarme e un esito di scontato fallimento per tutte le varie proposte, giuste o sbagliate.
Resiste al macello politico-mediatico solo l’equiparazione dell’età pensionabile delle donne. Ma, se fossimo più seri, una riflessione sarebbe utile e urgente. Certo, escludendo i mestieri usuranti, per i quali sarebbe iniquo ipotizzare una permanenza maggiore al lavoro. Non sarebbe opportuno lavorare più a lungo in una società dove si vive sempre di più e i vecchi sono sempre più soli? Non sarebbe giusto chiedersi se le pensioni di anzianità sono sostenibili, quando il bilancio dell’Inps si regge su stranieri e precari, cioè su chi una pensione non l’avrà? Non sarebbe serio proporre che i soldi risparmiati finanzino programmi di inserimento per i giovani e progetti di formazione per chi viene espulso dal mondo del lavoro?
Sarebbe… Ma non oggi. Purtroppo.

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