Una figlia come teMaternità: handicap oppure opportunità?

Quando ho scoperto di aspettare un bambino il mio primo sentimento nei confronti del lavoro, della “carriera”, è stato – come dire – contrastante. È inutile girarci intorno: la maternità è da molt...

Quando ho scoperto di aspettare un bambino il mio primo sentimento nei confronti del lavoro, della “carriera”, è stato – come dire – contrastante. È inutile girarci intorno: la maternità è da molti considerata un handicap. Saranno cafoni, ignoranti, incivili: ma quanti sono a pensarla così?

Di esempi, storie personali o raccontate, vissute in Italia ma anche negli Stati Uniti, ne ho avuti tanti. Dalle donne “semplicemente” boicottate alle manager costrette a rinunciare al proprio ruolo finché i figli non fossero cresciuti abbastanza per cavarsela da soli. La dirigente di una delle società per cui ho lavorato (tante tante tante lune fa!) aveva avuto addirittura da ridire contro il marito finito in ospedale: una donna non può dividersi in modo efficiente tra la propria famiglia e l’ufficio, quindi scelga tra la parannanza e il tailleur, tra i fornelli e la stanza col ficus. Ho sempre pensato che le donne fossero le prime sessiste contro la categoria.

La mia storia, per fortuna, è stata finora molto diversa. Così felice che non vale nemmeno la pena di raccontarla, o forse al contrario dovrebbe essere gridata sui giornali e sulle riviste femminili: “Hey, non c’è solo il mobbing! La civiltà esiste!”.

I sensi di colpa? Quelli, inutile negarlo, ce li ho avuti. Quando non riuscivo a concentrarmi, quando mi sentivo perennemente stanca e nauseata. Quando mi sono scontrata con la paura del futuro e con i limiti presenti di una nuova condizione psico-fisica, anche se quei “limiti” li vedevo forse solo io. Una volta ho addirittura sognato un mio ex direttore che mi diceva, con voce severa: “Ti pare il momento di fare un figlio?”.

Oggi gli voglio rispondere. Perché, al contrario di quella famosa pubblicità del caffè, forse per un bambino non c’è mai il momento giusto. Forse dovremmo avere il coraggio di pensare che il processo è inverso: non è il “momento di un evento”, ma “l’evento del momento”. Una questione all’apparenza filosofica, che va contro la logica lineare a cui siamo abituati, ma in realtà molto pratica. Perché ci libera da etichette, standard e classificazioni.

Forse, da donne, non dovremmo rassegnarci né smettere di chiedere welfare, aiuto (in casa, in ufficio e dallo Stato), dignità. Ci hanno insegnato a scegliere come se scegliere fosse solo una rinuncia, un passo indietro e mai in avanti. Una privazione e non un’occasione, e alla fine una colpa: perché, che vuoi, non si può mica avere tutto. Eppure, uomini e donne, siamo gli stessi che hanno adorato Steve Jobs quando ci ha ricordato di non vivere la vita di qualcun altro, di pensare out of the box perché fuori da quella scatola è nato il suo sogno e pure il suo impero.

Perché – chi può negarlo? – non è mai efficiente perdere un’occasione.

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Linkiesta Paper Estate 2020