Una figlia come teNomen omen, dimmi come si chiamerà tuo figlio e ti dirò chi sei

Io volevo chiamarlo Giona, Mr. P voleva chiamarlo Rocco. Si chiamerà Filippo. La scelta del nome, come si può immaginare, non è stata facile. Ma soprattutto – ci tengo a sottolinearlo – a -9 dal ...

Io volevo chiamarlo Giona, Mr. P voleva chiamarlo Rocco. Si chiamerà Filippo.

La scelta del nome, come si può immaginare, non è stata facile. Ma soprattutto – ci tengo a sottolinearlo – a -9 dal giorno X non è ancora DEFINITIVA. Cosa che lascia nel panico gran parte del parentame e degli amici.

Ho scoperto che una delle principali ossessioni delle persone che incontri quando sei incinta, dopo il sesso del nascituro, è il suo nome. Praticamente tutti si aspettano che a sei settimane di gravidanza o poco più ne hai già scelto uno, che piaccia a tutti, che non ricordi loro un vecchio compagno di scuola che si metteva le dita nel naso o peggio ancora quel collega cafone con cui hanno litigato.

Inutile dire che la realizzazione in contemporanea delle tre condizioni è impossibile. Primo perché quasi sicuramente nel mondo è già esistito uno stronzo che portava il nome che hai scelto per tuo figlio, e qualcuno dei tuoi amici/parenti/conoscenti l’ha incontrato e ne è restato traumatizzato. Secondo perché se, al contrario, cerchi di andare su terreni mai calpestati e registrare originali copyright vedrai facce incredule e poi nasi arricciati.

“Lo vuoi chiamare Giona…tan?”

“No, solo Giona”

“Ah”

Il primo premio, con tanto affetto, lo vince mia suocera. Al momento dell’acquisto del passeggino (a cui né suoceri né genitori potevano mancare…) il commesso mi chiede se il bimbo è maschio o femmina, e se ho scelto il nome. “No”, gli faccio io, lasciandolo un po’ in empasse perché già si figurava di vendermi il trio Inglesina sottolineando quanto ci sarebbe stato comodo il “Pupo” (che avrebbe potuto chiamare per nome, sai che suggestione!). Mentre lui va avanti con la descrizione del mezzo – ruote girevoli, manico ergonomico, si chiude e si apre con un click – sento mia suocera che, smarrita, chiede a Mr. P:

“Ma come, non avete ancora scelto? Ma che cambiate idea di nuovo? Ma io ho già detto a tutti che si sarebbe chiamato Filippo!”.

In realtà c’è, secondo me, un grande bisogno di “personificazione”. Sapere come si chiama per poter cominciare a chiamarlo per nome. Sicuramente è un gesto d’amore (mia madre mi telefona e mi chiede “come sta Filippo”, i miei suoceri e gli amici idem): ma per me che, confesso, vorrei non chiamarlo fin quando non sarà fuori, sano e salvo, questa storia del nome è stata sempre una questione in bilico.

L’unica con cui tengo il punto è mia zia. A cui, vuoi per scarsa cultura storica, vuoi per esperienze personali, il nome Filippo non piace. Dopo aver provato a farmi cambiare idea con nomi stranieri – neanche debba partorire il nipote di Al Capone – o estremamente retrò tipo Eduardo (sì, con la U!), ha deciso di modificare la versione italiana in un non meglio identificato Prince Philip. Se ci aggiungiamo che mia sorella e Mr. P lo chiamano già Lippo, il risultato è bello e chiaro: una gran confusione.

Comunque, a nove mesi quasi finiti, Filippo è diventato via via il nome “ufficiale”. Perché è sinonimo di gran condottiero (in quanto “amico dei cavalli”, era un epiteto di Alessandro Magno), perché è appartenuto a grandi re della storia d’Europa, perché “la sua virilità, la sua autorità, l’intelligenza, la memoria, la coscienza dei diritti e dei doveri, la capacità di sintesi lo rendono adatto al comando e al successo”.

Già lo vedo, spada sguainata e in sella al suo destriero, che conquista gli angoli più reconditi dell’appartamento fino ai confini con la dirimpettaia. Chissà, mi chiedo, come avrà fatto la mamma di Alessandro Magno con le porte di vetro del salotto.

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Linkiesta Paper Estate 2020