Rotta verso il mercatoA Pisapia la patata bollente SEA Handling, con 2.300 posti di lavoro a rischio

Sale la tensione in SEA Handling (SEAH), la società controllata da SEA che svolge la maggior parte delle operazioni di handling negli aeroporti di Malpensa e Linate. Ieri un rappresentante della CG...

Sale la tensione in SEA Handling (SEAH), la società controllata da SEA che svolge la maggior parte delle operazioni di handling negli aeroporti di Malpensa e Linate. Ieri un rappresentante della CGIL è stato cacciato da un’ assemblea di lavoratori, come testimonia questo video del Fatto Quotidiano:

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/19/milano-lavoratori-sea-handling-cacciano-rappresentante-cgil-da-assemblea/225355/

Perché si è arrivati a questo punto? Per spiegarlo bisogna cominciare da lontano.

C’ era una volta il poco competitivo mondo dell’ aviazione che fu, quello della serie TV Pan Am, in cui ogni aeroporto era un grazioso monopolio, le compagnie aeree si facevano una concorrenza garbata e le hostess erano sempre giovani, belle, sorridenti e magari eternamente vergini come le huri che sognava Mohammed Atta la notte prima di schiantarsi sulle Twin Towers.

I margini erano elevati e tutti erano felici e contenti, salvo forse i passeggeri, che pagavano per i biglietti cifre molto più alte di quelle odierne, nonostante il carburante costasse pochissimo rispetto ad ora e le spese per i controlli di sicurezza fossero modeste, prima di Mohammed Atta e i suoi amici.

Già più di quindici anni fa però l’ Unione Europea, imitando la deregulation USA degli anni ’80, face partire un processo di liberalizzazione del trasporto aereo, che diede a qualunque compagnia comunitaria il diritto di volare fra qualunque coppia di aeroporti comunitari e impose negli aeroporti maggiori l’ apertura alla concorrenza di nuovi operatori nel campo dell’ handling, escluse solo alcune attività che, per ragioni tecniche, devono necessariamente essere esercitate in monopolio.

Dal momento della pur graduale entrata in campo di nuovi handlers, che sistematicamente cercavano di accaparrarsi le compagnie aeree a suon di sconti, il settore ha smesso di essere tranquillo e redditizio e anzi i bilanci sono diventati un incubo per gli ex monopolisti, che non potevano competere con i bassi costi dei nuovi entranti, in un processo sotanzialmente analogo a quello subito dall’ Alitalia aggredita dalle low cost.

In Italia è diventato particolarmente serio il caso di SEA Handling, che qualche anno fa arrivava a perdere un milione di euro la settimana, tuttavia gli alti profitti generati dal pieno utilizzo dell’ aeroporto di Malpensa, quando Alitalia vi basava il suo hub intercontinentale, consentivano alla capogruppo SEA di ripianare annualmente il passivo di bilancio dell’ handling e pagare comunque elevati dividendi al Comune di Milano, che sacrificava volentieri parte del profitto per mantenere il consenso politico, in un complesso gioco delle parti all’ interno del centrodestra per cui i mancati guadagni pesavano in gran parte sulle casse di Palazzo Marino, ma le ricadute elettorali erano in gran parte nel Varesotto, perché più numerosi sono i lavoratori di Malpensa rispetto a quelli di Linate. Non si cada nel luogo comune di pensare che si trattasse di un feudo leghista, perché molta influenza aveva anche l’ ala ciellina di Forza Italia e comunque le scelte di gestione del lavoro sono sempre state avallate dalla sinistra, la cui ala più radicale ha un seguito non indifferente fra i dipendenti. La pace sociale, che la sentenza europea viene ora a spezzare, aveva anche consentito l’ importante ristrutturazione senza scioperi a cui si accennerà successivamente.

Le perdite accumulate dall’ handling negli anni e regolarmente ripianate da SEA, che era una società a quasi integrale controllo pubblico, hanno raggiunto secondo la UE l’ esorbitante cifra di 360 milioni di euro, ancora più impressionante se si pensa che, pochi mesi fa, è stato impossibile quotare SEA in Borsa sulla base di una valutazione di 800 milioni di euro.

Gli handler concorrenti hanno ritenuto che il metodico ripiano di queste perdite costituisse un illecito aiuto pubblico che distorceva la concorrenza, hanno presentato un ricorso all’ Unione Europea, che ha dato loro ragione con una sentenza, ancora appellabile, che condanna SEA Handling a restituire 360 milioni di euro alla capogruppo SEA che la possiede al 100%.

Inutile dire che SEA Handling, non avendo un soldo, non è in grado di restituire nulla e perciò rischia di dover portare i libri in Tribunale, con il conseguente licenziamento di 2.300 dipendenti.

Come si esce da questa situazione? Per prendere tempo sembra che il Comune di Milano e l’ altro socio forte F2i ordineranno a SEA Handling di ricorrere in appello, ma la probabilità che la sentenza venga riformata radicalmente è molto scarsa. L’ azienda comunque è stata oggetto negli ultimi anni di un’ efficace spending review, che ha quasi riportato i bilanci in equilibrio, com’ era necessario perché la fine dell’ hub Alitalia e dei conseguenti profitti, per non parlare della crisi economica, non consentirebbero più alla capogruppo di sorvolare sulle perdite di SEAH.

I lavoratori hanno indubbiamente accettato notevoli sacrifici, ma pretendendo che l’ handling non venisse ceduto, una promessa che l’ Europa non permette più di mantenere.

I bilanci di SEA Handling, nonostante i tempi ben più grami, sono dunque molto migliori oggi che negli anni d’ oro in cui il sindaco Gabriele Albertini, che si spacciava per oculato amministratore di condominio, lasciava in realtà che si sperperasse la ricchezza dei cittadini milanesi, col benestare dei partiti di centrodestra in Comune, in Provincia e in Regione e senza che quelli di centrosinistra avessero nulla da obiettare.

È comunque una fortuna che la malattia sia stata curata prima che diventasse letale: SEA Handling non è più un colabrodo, ma un’ azienda che può stare in equilibrio e potrebbe anche guadagnare, se non fosse per quel dettaglio a cui lavoratori, sindacati e politici non accennano mai: gli stipendi pagati per contratto integrativo da SEA Handling sono più alti di quelli pagati dai concorrenti, in un’ attività a basso valore aggiunto dove il costo del lavoro è predominante.

La prassi dell’ Unione Europea consente una via d’ uscita facile: se si privatizza la società, vendendone la maggioranza ad un investitore privato, quasi certamente la questione dell’ illecito aiuto pubblico cade, non si devono più restituire i 360 milioni, non si rischiano più né fallimento né licenziamenti, perché il vecchio proprietario pubblico può sostenere di aver portato l’ azienda al punto in cui può stare da sola sul mercato, come la privatizzazione testimonia.

Apparentemente, dunque, i lavoratori di SEA Handling dovrebbero correre a manifestare in piazza Scala, sotto le finestre di Pisapia, per reclamare una pronta privatizzazione che salverebbe i loro posti di lavoro, invece cacciano dall’ assemblea il sindacalista della CGIL che non appoggerebbe uno sciopero contro la privatizzazione. Il problema è soprattutto il superminimo del contratto integrativo, che vale, si dice, fino ad un 30% in più rispetto ai magri stipendi pagati dai concorrenti. Un proprietario privato pretenderebbe e otterrebbe presto la riduzione dei salari in SEAH ai livelli di mercato ed è altrettanto ovvio che i lavoratori cerchino d’ impedirlo.

La sinistra ora al potere a Milano è in una situazione difficile, avendo baldanzosamente promesso e ripromesso che avrebbe sempre mantenuto SEA e SEA Handling sotto controllo pubblico, ma anche la destra fa la sua parte, inveendo contro le “decisoni inaccettabili” della UE, che come l’ euro viene additata come origine di tutti i mali, quando pretende il rispetto delle regole.

Mentre Aeroporti di Roma, che è una società privata, si è liberata dell’ handling in perdita già anni fa, riuscendo pure a farsi pagare una cifra non trascurabile, a Milano va in scena la lotta fra chi difende la proprietà pubblica, che paga meglio i lavoratori e l’ inesorabile avanzata di operatori specializzati come Menzies, il candidato acquirente più probabile, che gestisce l’ handling in oltre cento aeroporti in tutto il mondo, la lotta fra chi sostiene la gestione pubblica, che deve rispondere anche agli interessi dei politici e del loro elettorato e chi preferisce la gestione privata che bada a massimizzare il profitto.

Forse una tregua potrà essere ottenuta dalla sospensione dell’ esecutività della sentenza UE durante il processo d’ appello, ma prima o poi si dovrà affrontare e risolvere la questione e la cacciata del sindacalista CGIL fa intravedere il rischio di una dura lotta con possibili scioperi, blocchi degli aeroporti, polemiche politiche e ideologiche a non finire, anche se difficilmente l’ esito potrà essere diverso da quello che l’ Europa impone.

Difficile è la posizione dei sindacati, che sono contrari a una velleitaria ribellione alla UE, ma che non paiono più avere più molta presa fra i lavoratori. Le condizioni di lavoro negli handler concorrenti sono, a detta di molti, veramente dure e spingono la base al rifiuto. all’ opposizione a oltranza, speriamo che in qualche modo si riesca a trovare un compromesso accettabile per tutti. Vedremo se Pisapia riuscirà a estrarre un coniglio dal cappello a cilindro.

CETERVM CENSEO LINATE ESSE DELENDAM

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