Rotta verso il mercatoUn decalogo laico per il nuovo Papa

Habemus papam, adesso parliamo di che cosa devono chiedergli gli Italiani atei, agnostici, non cristiani, non cattolici, tiepidi o non praticanti, che cosa l’Italia deve ottenere dal Vaticano per e...

Habemus papam, adesso parliamo di che cosa devono chiedergli gli Italiani atei, agnostici, non cristiani, non cattolici, tiepidi o non praticanti, che cosa l’Italia deve ottenere dal Vaticano per essere libera di diventare un Paese moderno, in cui veramente tutti siano uguali indipendentemente dalla convinzioni religiose e non ci sia più qualcuno che è meno uguale degli altri, perché non è cattolico.

Il principio di cui si deve chiedere finalmente il rispetto è una vera separazione fra lo Stato e la Chiesa cattolica, non tanto la “libera Chiesa in libero Stato” cavourriana, ma “libera Chiesa e libero Stato”, una reciproca libertà assoluta. In particolare è lo Stato italiano che deve liberarsi dai legami di soggezione verso la Chiesa, che pongono in una condizione di inferiorità i tanti cittadini per cui le parole del papa, della Cei o del parroco non sono quelle di un superiore a cui si deve ubbidire, ma un’opinione che vale quanto valgono altre opinioni.

Il revanscismo del papa polacco, il corrotto degrado del nostro sistema politico e le incontenibili ambizioni di potere della Curia romana, da Ruini in poi, ci hanno condotto alla penosa situazione per cui le libertà degli Italiani sono state barattate dai partiti per il consenso elettorale di Santa Romana Chiesa. Non a caso la svolta avvenne col simbolo della corruzione politica Bettino Craxi, che firmò nel 1984 il nuovo Concordato con la Santa Sede, con buona pace di cent’anni di pensiero socialista. Francesco è già diventato una statuina del presepe a N

Lo spread italiano nei confronti dell’Europa non è solo finanziario, è anche sociale e di libertà personali. Il papato di Karol Wojtyła prima e quello di Joseph Ratzinger poi hanno bloccato qualsiasi evoluzione, con la complicità di partiti sempre disponibili al do ut des. Esemplare è stato il cinico appoggio della CEI di Camillo Ruini a Silvio Berlusconi, di cui tutto si potrebbe dire salvo che viva da buon cattolico.

Nelle ultime elezioni nessuno dei cento partiti in lizza ha mai parlato di temi come riconoscimento delle coppie non sposate, lunghezza abnorme dei procedimenti di divorzio, fecondazione artificiale, eutanasia e nessuno mai ha fatto accenno ad una possibile spending review dell’anacronistico fiume di denaro che i contribuenti, cattolici e non, versano annualmente alla Chiesa cattolica.

Nessuno in Lombardia ha parlato dell’anomalo peso negli affari regionali di un’organizzazione cattolica a cui era affiliato il presidente uscente e di cui qualche elemento pare aver dato poco peso al contenuto del codice penale. Ragionando come un cattolico constaterei che Dio non ha voluto dare a costoro un papa amico e che piuttosto lo Spirito Santo ha optato per qualcuno che viene dalla “fine del mondo”, il termine che gli Argentini usano per la Terra del Fuoco e in senso lato per il loro stesso Paese, la terra cattolica più lontana da Roma e dalla sua Curia.

La prima rivoluzione che auspico dal Papa venuto dalla fine del mondo è la separazione della Santa Sede non tanto dallo Stato italiano, ma dalla Chiesa italiana. Pochi sanno che a capo della Conferenza Episcopale italiana sta qualcuno scelto dal Papa e non già eletto dai vescovi, come avviene in tutti gli altri Paesi, salvo il Belgio dove si rischierebbe il dissidio etnico. Di fatto, mentre il Papa ha naturalmente mille altre cose di cui occuparsi, sulla Chiesa italiana domina la Curia romana.

Varrebbe poco l’obiezione che il Papa è il vescovo di Roma, come tale primate d’Italia, anche i cardinali sono solo nella finzione giuridica titolari di venerande chiese a Roma e dintorni. Lo stesso Bergoglio aveva il titolo della chiesa di San Roberto Bellarmino ai Parioli, ma di mestiere faceva l’arcivescovo di Buenos Aires e il capo della Chiesa argentina. A gestire la diocesi di Roma al posto del papa c’è un cardinale vicario, è ora che il papa permetta alla Chiesa italiana di emanciparsi e scegliere da sé il proprio capo. Sono convinto che farebbe bene alla Chiesa italiana, la toglierebbe da un presunto gradino superiore rispetto alle altre e la sgancerebbe dalla Curia, che meglio farebbe a trasformarsi in una vera holding delle varie Chiese locali, spezzando la commistione con la Chiesa italiana e di riflesso con lo Stato italiano, che si troverebbe finalmente di fronte il capo dei vescovi italiani e non un Capo di Stato straniero, la Chiesa italiana e non uno Stato straniero.

Avevo ben poco apprezzato le troppe bande militari italiane che suonavano, dopo la fumata bianca e prima dell’Habemus Papam, sul sagrato di San Pietro. Ho ben poco apprezzato la contemporanea presenza dei Presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera dei Deputati all’intronizzazione odierna. C’era Napolitano a rappresentare il nostro Paese, non bastava? Ci sarà stato Alemanno a rappresentare la città di cui Francesco è il nuovo vescovo, ma la presenza aggiuntiva dei due appena parvenu a capo del Parlamento poteva solo significare che non mancava nessuno, che tutti gli italiani, anche i non cattolici, si genuflettono al nuovo papa.

Mi dispiace, à la Grillo dico che uno vale uno e dunque anch’io non valgo zero. Francesco I mi sta simpatico, ma non mi genufletto e pretendo che lo Stato italiano non corra a genuflettersi e mantenga tanto cordiali rapporti quanto il necessario distacco, che quell’affollamento di cariche istituzionali nega.

Gli Italiani devono recuperare dall’altra sponda del Tevere il diritto di discutere dei temi etici e decidere indipendentemente da quel che pensano il papa e la Chiesa cattolica, devono poter anche ridiscutere il ruolo della Chiesa dal punto di vista strutturale. È l’organizzazione pesante per definizione e nel momento in cui i cittadini pretendono che i partiti alleggeriscano il proprio costo, è inammissibile che i non cattolici siano chiamati a pagare cifre esorbitanti per mantenere un’organizzazione di cui non condividono idee e obiettivi, che magari detestano e che soprattutto costa infinitamente di più dei partiti.

In Italia va rotto un tabu, abbiamo un presidente di Regione che si dichiara gay, ancorché cattolico, ma nessuno più si dichiara pubblicamente ateo, pare che sia cattiva educazione come ruttare a un funerale, nessuno o quasi dice apertamente che ritiene sbagliato quello che dice la Chiesa. La responsabilità è principalmente della sinistra, che non rischia mai una frizione con il clero, per timore di avere indicazioni di voto contrarie, ma anche la minoranza etnica “liberale”, che forse esiste ancora negli anfratti del sedicente Popolo della Libertà, non ha mai aperto bocca quando ha visto Berlusconi che prostituiva le libertà dei cittadini per ottenere che la Chiesa volgesse lo sguardo dall’altra parte.

Sappiamo che papa Francesco, scelto da un’assemblea i cui membri sono stati nominati dai conservatori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, non ha alcuna opinione innovativa sul sacerdozio femminile o sull’omosessualità, nonostante sia a capo del gruppo di persone con la percentuale di gay più alta dopo gli stilisti. La cooptazione garantisce il perpetuarsi dell’ortodossia. Pare che però darà una sforbiciata alle brame di potere dei cardinali di Curia, di cui mi auguro un’ampia rottamazione renziana. La Chiesa potrebbe finalmente farsi gli affari propri anziché quelli di Cesare e sarebbe un bel corollario non vedere più al TG1 il servizio sulla riunione mattutina della Cei che ha detto la sua sulla riforma delle pensioni.

936 anni dopo Canossa, il papa argentino si occupi della Chiesa cattolica, cioè universale e non più della “provincia” italiana, la Chiesa italiana smetta di condizionare la politica del nostro Paese, dopo averlo fatto con osceno cinismo negli ultimi decenni.

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