British GrenadierSigonella: Yankee go home!

Sui muri della Sicilia mancano solo frasi come queste. L’allarme lanciato per l’arrivo di una task force di marines Usa alla base italiana di Sigonella ha fatto da detonatore per ulteriori polemich...

Sui muri della Sicilia mancano solo frasi come queste. L’allarme lanciato per l’arrivo di una task force di marines Usa alla base italiana di Sigonella ha fatto da detonatore per ulteriori polemiche. Dopo il Muos, anche gli Yankee!
Sigonella. Il nome rivanga precedenti che restano ancora poco chiari per un corretto giudizio storico. C’è chi ricorda la crisi di allora come una scossa di orgoglio patrio. Altri ne ridimensionano la gloria emotiva.
La Bonino ha detto che i soldati americani inviati nella base siciliana saranno 200. Non 500, come si pensava inizialmente. Nel frattempo, 7 parlamentari dell’M5s in Commissione Difesa alla Camera vorrebbero sapere se il governo fosse a conoscenza della decisione del Pentagono. Si teme la «militarizzazione dell’area e il conseguente rischio che questa diventi bersaglio di ritorsioni terroristiche».
L’M5s chiede inoltre se sia stato calcolato «l’impatto che l’ulteriore appesantimento del traffico aereonavale avrà sull’attività dell’aeroporto civile di Fontarossa (Catania) e se l’attività degli otto Bell Boeing CV-22 Osprey possa pregiudicare l’incolumità della popolazione e innalzare il già grave inquinamento acustico nella zona».
Messa così, sembra che ci sia tanta roba. Sigonella, Nato, Italia versus Stati Uniti. Ci manca di dire “Yankee go home!” e siamo tornati a trent’anni fa. In realtà è solo una questione di Nimby. Del tipo non ci interessano le innovazioni e le infrastrutture. Andate a farle da un’altra parte. Come i No Tav.
L’M5s sogna la crisi diplomatica. Senza rendersi conto che il calibro politico dei protagonisti dei fatti del 1985 è una cosa. Obama, Letta e soprattutto Grillo sono altro. Quanto avvenne a Sigonella trent’anni fa è spiegato nei manuali come un caso di cucciolo (l’Italia craxiana) che si ribella al capobranco, gli Usa di Reagan. Una vicenda lontanissima da quella attuale.
Gli Stati Uniti stanno concentrando uomini e mezzi nelle basi del Mediterraneo, un po’ per tentare di rimettere a posto la Libia, un po’ con l’occhio rivolto alla Siria. C’è chi dice che interverranno contro Damasco. Altri sperano nell’azione politica, in partnership con Europa, mondo arabo e Russia. Manovrare pedine come sta facendo il Pentagono non è uno show of force nel senso stretto del termine, ma quasi. Magari c’è qualcuno che si preoccupa e diventa un po’ più accondiscendente.
Questo significa che, a dispetto delle parole della stessa Bonino, i marines a Sigonella saranno più di 200. Forse anche oltre quei 500 previsti e poi sconfessati. Del resto, che ci fai con una task force quando hai tutto il Medioriente da mettere a posto?
Washington sta cercando di contenere i danni. Lo fa dopo che i buoi sono scappati. Vale a dire dopo un ambasciatore fatto fuori a Bengasi. Chris Stevens, ucciso l’11 settembre dello scorso anno. E una primavera araba sfuggita un tantino di mano. Con questi e altri errori, sarebbe lecito chiedersi come abbia fatto Obama a restare alla Casa bianca per un secondo mandato.
Ma tutto questo non c’entra. Lo Yankee go home che sta lievitando è più un No Tav alla siciliana maniera. Tutto ciò che è globale, peggio ancora se militare, merita la gogna. Figuriamoci la Nato! Figuriamoci quei trattati internazionali che tra M5s, Sel e qualche ingenuo del Pd si pretende di voler rivedere. Senza valutare le conseguenze. Senza immedesimarsi sul fatto che queste cose non si possono fare.
I grillini parlano di militarizzazione. Parolone! Della Sicilia o soltanto di Sigonella? La specifica non ci è data. Militarizzare la più grande isola del Mediterraneo significa occuparla. Tra un paio di mesi ci sarà il 70esimo anniversario dello sbarco sull’isola degli Alleati. Qualcuno potrebbe ripassarsi quella storia. Ed eventualmente chiedere in giro se, in quei giorni, i soldati Usa fossero stati accolti come liberatori oppure occupanti.
La richiesta di interrogazione dell’M5s si conclude, come si legge dal testo, sulla preoccupazione per l’aumento dell’inquinamento acustico della zona. Acustico, ma non solo. E così si ha la vera chiave di interpretazione della polemica.
Da Sigonella al Muos, dal Muos al No Tav. Qualunque sia il progetto, se fatto a casa nostra, non va bene. Perché inquina, disturba e fa danni.
Gli M5s tendono a farne una questione di geopolitica. Sigonella ’85 però vola a quote di crisi diplomatiche che oggi ci sogniamo. I grillini siciliani non hanno voglia di avere intrusi fra i piedi. Peggio se stranieri. Per di più americani. Sorry, ammerikani. Vogliono restare nel loro piccolo mondo antico. Per questo cercano di gonfiare la bolla. Buttare nel pentolone i rapporti Italia-Usa dovrebbe fare da cassa di risonanza per un problema territoriale.
Per inciso: Sigonella è un obiettivo sensibile per gli attacchi terroristici solo sulla carta. Primo perché un jihadista in Sicilia tendenzialmente è di facile riconoscimento. A Londra o a Boston li becchi solo dopo il botto. Purtroppo. Secondo perché nelle basi Nato – Usa o italiane che siano – i livelli di sicurezza sono in genere abbastanza sofisticati. Il terrorismo si fa in metropolitana. Non in caserma.

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