Rotta verso il mercatoAlitalia, arrivano i “contratti di solidarietà”

  È l’ inizio della fine di Alitalia? Per 2.200 dipendenti ci saranno “contratti di solidarietà”, 1.800 di loro già da lunedì lavoreranno cinque giorni in meno al mese, perdendo solo 50-60 euro ne...

È l’ inizio della fine di Alitalia? Per 2.200 dipendenti ci saranno “contratti di solidarietà”, 1.800 di loro già da lunedì lavoreranno cinque giorni in meno al mese, perdendo solo 50-60 euro nella busta paga, perché il resto sarà a carico dell’ INPS. I piani alti fanno il beau geste di ridursi lo stipendio, del 20% al vertice, del 10% i dirigenti.

Servirà a qualcosa? Ne dubito, salvo rallentare l’ emorragia di cassa che, in mancanza di trasfusioni, porterà Alitalia alla morte per dissanguamento prima della fine dell’ anno. Con i contratti di solidarietà si guadagna al più qualche settimana di vita oppure si inizia quel processo di dimagrimento che potrebbe rendere Alitalia appetibile ad Air France e soprattutto farne digerire l’ acquisto ai mercati finanziari.

Se i contratti di solidarietà sono uno strumento fatto per suddividere il diminuito lavoro fra tutti i lavoratori, evitando licenziamenti fino al superamento della crisi, Alitalia soffre certamente della grave diminuzione del traffico aereo in Italia, ma anche di una crisi strutturale. Rebus sic stantibus è improbabile che i posti di lavoro virtualmente persi vengano mai recuperati e l‘ INPS sta sprecando il suo denaro, la crisi della compagnia aerea è qui per restare e la risposta economicamente corretta, in un’ ottica aziendale, sarebbe stata licenziare. Non essendoci tuttavia in Italia uno strumento per tutelare il reddito dei disoccupati, azienda, INPS e Governo fingono che fra due anni, alla scadenza dei contratti di solidarietà, i lavoratori coinvolti torneranno all’ orario pieno. Auguri.

Che ne sarà di Alitalia? Forse non lo sa nemmeno il Padreterno. L’ unica via di sopravvivenza, nel medio periodo, sarebbe l’ ingresso di un partner forte disposto sia ad investire che a sopportare le perdite che saranno inevitabili ancora per anni, qualunque cosa verrà annunciato dal nuovo Amministratore Delegato Del Torchio a fine mese nel nuovo piano industriale. Nel lungo periodo tuttavia anche il Principe Azzurro si stancherebbe di dover sopportare perdite infinite o semplicemente finirebbe i soldi, come è accaduto a Colaninno & C.. Bisogna fare in modo, se si vuole che Alitalia sopravviva, che stia economicamente sui propri piedi e senza aiutini.

Il Ministro Zanonato, prima di superare se stesso ipotizzando la chiusura dei negozi il sabato, aveva dichiarato che Alitalia va male per colpa delle low cost. Purtroppo si tratta di una visione parziale, errata, consolatoria e autoassolutoria. Alitalia va male anche perché esistono le low cost, ma nessun vettore tradizionale come Alitalia è più in grado di tener loro testa nei voli point-to-point e può prosperare soltanto se trova il suo posto al sole nel mercato globale dei voli di lungo raggio, dove Alitalia è perdente da decenni. Alitalia va peggio di tutti gli altri vettori tradizionali europei perché si è puntato non sulla competitività, che comportava scelte impopolari, ma sulla furbizia italica.

L’ Amministratore Delegato della seconda metà degli anni ’90, Domenica Cempella, fece uscire dal cilindro un coniglio vincente, unendo Alitalia alla pari con l’ olandese KLM. Ne sarebbe risultata la compagnia aerea più grande d’ Europa, con partner importanti negli Stati Uniti e un sistema che avrebbe servito il nord Europa facendo perno sull’ aeroporto di Amsterdam e il sud Europa su quello di Milano Malpensa.

Ignoranza, miopia, debolezza internazionale, campanilismo e probabilmente corruzione fecero naufragare il progetto, KLM dovette ripiegare su un’ unione subordinata con Air France, Malpensa venne lasciata al suo destino e Alitalia si ritirò felicemente a Fiumicino, dove ha creduto di poter avere un hub profittevole investendo pochi soldi, succube del partner francese che dall’ inizio ha avuto solo l’ obiettivo di prenderla per un pugno di euro e probabilmente l’ avrà pure con la dote, che i nostri politici elargiranno purché si eviti, alla fine dell’ anno, lo spettro della chiusura e dei licenziamenti in massa.

Molti Italiani sono sicuri che farebbero sfracelli seduti sulla panchina della Nazionale o della squadra del cuore ed io, quando non credevo di essere Napoleone, probabilmente ero certo di poter risanare Alitalia. Oggi no, anche al posto di Del Torchio, con i pochi mezzi che ha a disposizione, non saprei fare molto per scongiurare il naufragio e dipendere unicamente dallo sperato arrivo di un Principe Azzurro, prima che sia troppo tardi.

Il Paese deve decidere, una volta per tutte, se vuole avere una linea aerea che ci colleghi al resto del mondo, faciliti l’ arrivo dei turisti, porti facilmente i nostri uomini e donne d’ affari nel mondo e altrettanto facilmente porti le merci da noi prodotte ai nostri clienti.

Ci vogliono soldi, tanti soldi, un lavoro diplomatico in cui lo Stato pretenda spazio vitale per l’ Italia in aviazione e garanzie precise, di collegamenti con il resto del mondo e non occupazionali, con il partner senza il quale non è pensabile sopravvivere. Bisogna prendere le decisioni che per anni sono state respinte, chiudere gli aeroporti che vivono solo per accontentare i politici locali, eliminare i sussidi che vengono erogati alle linee aree che fanno voli per cui non ci sarebbe domanda, dare ad Alitalia a Milano una seconda gamba su cui appoggiare la propria attività intercontinentale, chiudendo Linate come non si è fatto nel lontano 1998, tagliare le furberie come il quasi-monopolio che è restato sulla Milano-Roma, dire no ai protezionismi, imporre che il vettore si renda competitivo, probabilmente mandare a quel paese Air France, che è sempre stata un fidanzato prepotente, ora è pure un fidanzato povero e cacciatore di dote.

Ci troviamo in una situazione analoga a quella in cui Monti fece la riforma delle pensioni che era urgente già vent’ anni prima. Ora o mai più, ma non se ne rende conto nessuno.

I contratti di solidarietà sono, in un certo senso, una presa in giro e, l’altro giorno, si è inaugurato a Comiso un aeroporto costoso e inutile doppione di quello di Catania. Arriveranno voli Ryanair sovvenzionati dalla fallimentare Regione Sicilia e pare che all’ Aquila ci sarà già quest’ estate un doppione del già poco indispensabile aeroporto di Pescara, con tutta probabilità con voli a carico della Regione Abruzzo. Qualcuno mi spieghi perché si erogheranno a Ryanair contributi pubblici per volare da Comiso a Roma, in concorrenza con i voli Alitalia da Catania.

Alitalia lentamente affonda e, come sul Titanic, gli Italiani ballano, al suono di uomini politici senza visione e senza coraggio, forse anche senza capacità di comprendere la necessità di fare scelte anche impopolari, di governare. Ci basta il contentino del taglio dello stipendio dei capi?

CETERVM CENSEO LINATE ESSE DELENDAM

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