Quando Fondazione Prada diventa un re-make

Nel caotico e spesso ipertrofico mondo dell’arte contemporanea – si sa, - diventa sempre più difficile dar vita a sforzi originali che salvino il ‘prodotto arte’, ormai frequentemente standardizzat...

Nel caotico e spesso ipertrofico mondo dell’arte contemporanea – si sa, – diventa sempre più difficile dar vita a sforzi originali che salvino il ‘prodotto arte’, ormai frequentemente standardizzato, e ci riconsegnino un’idea di creatività genuina e sincera che sembra essersi persa nelle nebbie del recentissimo passato, seppur già postmoderno.

Alla Fondazione Prada, istituto nato di recente per volontà di Miuccia Prada e del marito, hanno pensato quindi (probabilmente in un vuoto di idee? chi lo sa) di andare a ripescare qualcosa di già fatto, qualcosa che potesse, nel migliore dei casi, costituire perlomeno un pregevole tentativo di mimesi o, alla peggio, uno sforzo di archeologia artistica.

Germano Celant, Rem Koolhaas e Thomas Demand, i tre curatori del nuovo allestimento di Ca’ Corner della Regina, vetrina veneziana della Fondazione Prada, hanno perciò identificato nella storica mostra When Attitudes Become Form del 1969 l’evento a cui ispirarsi per la Biennale di quest’anno.
E fin qui tutto bene, si dirà. Se non fosse che però la storica mostra al cui centro campeggiava la figura del curatore par excellence Harald Szeemann viene in questo caso ‘riprodotta’ sic et simpliciter all’interno della fabbrica barocca veneziana.

Ci sembra corretto porre tra virgolette il termine riproduzione giacché lo stesso Celant, per voce dei suoi vari collaboratori, ci tiene sin da subito ad affermare con chiarezza che questo sforzo artistico – assumendo che di ciò si tratti, naturalmente, – procede non già dall’idea di riprodurre ma piuttosto da quella di riattivare (re-enacting) l’opera d’arte. Come dire: compratevi un videoregistratore anni ’80, tenetelo fermo per trent’anni, ripescatelo dal ripostiglio e quindi inseriteci dentro le mitiche VHS Disney col bollino fluorescente. Ora siete perfettamente legittimati a sentirvi alla pari con lo ‘zio Walt’ – lasciamo stare che a fare il film è stato Disney e non voi, voi avete avuto il merito di ripescare dalla cantina il videoregistratore della nonna.

In sé, intendiamoci, non vogliamo sminuire gli sforzi curatoriali, per carità. L’idea della riattivazione è un giocattolino intellettuale con cui fa piacere lambiccarsi, per un poco. Allora benissimo l’opera Replacement Piece di Ger van Elk, consistente nell’asportazione di un pezzo d’asfalto della Berna del 1969 e nella sua sostituzione con una fotografia del medesimo: a Cà Corner, ovviamente, la fotografia non è dell’asfalto ma dei masegni veneziani, ça va sans dire. Brillante intuizione, da un punto di vista puramente formale.

Ma basta per dire che Fondazione Prada ha allestito una mostra interessante? A nostro avviso, dopo svariate visite e attenta riflessione, sembra proprio di no. Lasciando da parte per un momento il lambicco del riattivare/riprodurre – forse la trovata più originale della ‘mostra’, – permangono alcuni problemi di fondo irrisolvibili: prendiamo ad esempio l’opera Fat Corner (Fettecke) di Joseph Beuys, esposta in una delle sale che riproducono, in maniera fittizia, l’architettura della Kunsthalle di Berna all’interno di Ca’ Corner. Della margarina incastrata in un angolo. E questo è Beuys, naturalmente.

Ma restando un poco nella sala si capisce perfettamente che essa è climatizzata e tenuta a temperatura più bassa rispetto al resto del museo (per evitare lo scioglimento della margarina) e d’altra parte non è difficile farsi dire, da qualcuno dei guardasala, che la margarina viene sostituita, di settimana in settimana, non appena marcisce. E non è questo un tradimento bello e buono degli intenti di Beuys? Della sua continua ricerca di opere capaci di durare un solo istante? In poche parole, non solo si ri-produce (troppo labile il confine con il ri-attivare, in effetti) un’opera già vista ma la si svuota altresì del suo significato portante e principale.

Gli Umanisti dicevano che si sentivano Nani sulle spalle di Giganti, ed era vero. In questo caso sembra però che nemmeno l’espediente di utilizzare una mostra già allestita ed estremamente conosciuta salvi Fondazione Prada dallo scadere in un senso di già visto, di ovvio. E, cosa ben peggiore, di attentare all’anima stessa dell’arte contemporanea: se essa infatti è continua innovazione, la ri-attivazione di questa mostra rappresenta una tardiva cristallizzazione di movimenti che hanno già fatto (e spesso concluso) il loro corso.

A poco valgono i tentativi del personale del museo di spiegare che la ‘vera’ opera (perché, vien da chiedersi, il resto che ci propinate è forse falso?) è il ready made costituito dalla riproduzione della Kunsthalle ‘inscatolata’ nel contenitore Cà Corner: il senso di essere venuti a vedere un omaggio più che una mostra rimane e ci accompagna anche nel post visita.

Inoltre, ma non meno importante, è davvero carente l’apparato informativo fornito al visitatore. D’accordo che le placche esplicative a muro sono trasparenti “perché a Berna non c’erano”, ma anche la piccola guida tutta nera (colore poco azzeccato, se si vuole che la gente legga senza averne fastidio) che vien data al visitatore come inclusa nel biglietto è spesso ‘esaurita’ e si deve fare il giro della mostra ad intuito.

Che questo allestimento sia costato parecchio, sembra indubbio guardando lo spiegamento di mezzi e tuttavia si lascia il museo con la sensazione che, se davvero c’erano tanti soldi da spendere, forse qualcosa di più attuale ed in linea con i tempi avrebbe giovato sia a Fondazione Prada che alla città di Venezia.

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