Buona fame!“Licenziamenti” goliardici e valutazione nascosta

Qualcuno ci ha visto lo spirare impetuoso del vento del cambiamento, la vittoria della valutazione, l'avvento del merito senza se e senza ma. La vicenda dei due professori a contratto di Padova, ...

Qualcuno ci ha visto lo spirare impetuoso del vento del cambiamento, la vittoria della valutazione, l’avvento del merito senza se e senza ma.
La vicenda dei due professori a contratto di Padova, cui un dipartimento di economia ha deciso di non rinnovare il contratto, dopo le ripetute lamentele degli studenti che frequentavano il loro corso, ha dato la stura a reazioni e commenti davvero spropositati.
Qualche giornale ha addirittura titolato del “licenziamento di professori da parte degli studenti”, vagheggiando soluzioni all’americana, dove i celeberrimi form di fine corso, con cui si misura la soddisfazione degli iscritti, talvolta decretano la permanenza o meno di un docente in una struttura accademica.

Quello che è accaduto a Padova non ha niente a che vedere con tutto ciò. Si tratta solo di un atto di diligenza minima di un’istituzione di fronte ad alcune reiterate violazioni delle elementari regole di convivenza di un ateneo. Sempre che le accuse ai due professionisti, di esser in ritardo alle lezioni e di svolgere i colloqui in un bar in zona universitaria, corrispondano a verità.
In più non di licenziamento si tratta, ma semplicemente di mancato rinnovo di contratti dai compensi pressoché simbolici, con i quali si chiamano a insegnare alcuni personaggi del mondo professionale e imprenditoriale.

Coi giudizi di fine corso, che pure sono obbligatori nelle nostre facoltà (oggi scuole) da alcuni anni, non è possibile neppure richiamare un docente che non faccia il proprio dovere. Sempre che la valutazione studentesca sia resa nota. Perché spesso, anche se questi giudizi non possono certo diventare ordalie, rintracciarli nei portali dei singoli atenei – la forma di pubblicizzazione prevista – è francamente impossibile. E quando ci sono, sovente viene indicato il corso e non il titolare, per un malinteso senso della privacy. Non sono bagattelle, se a Trieste non molti anni fa, un rettore uscente, Domenico Romeo, pagò con la mancata rielezione l’aver voluto pubblicare l’esito di quei formulaari, con nomi, cognomi e voti ottenuti dai suoi colleghi.

Oggi nei confronti un docente inattivo dal punto di vista della ricerca – e i primi focus dell’Anvur stanno mostrando che non mancano – gli atenei hanno le armi spuntate. Alla maggioranza di chi insegna e fa ricerca con impegno, che stabilisce relazioni corrette con gli studenti, non negandosi ai colloqui e alle altre incombenze, non resta che la moral suasion verso i colleghi lavativi. Un po’ poco.

In questi giorni, a Naeuchatel, ridente cittadina della Svizzera francese, non si parla altro che del caso di un professore di Economia cui è contestato un plagio, che consisteva nell’aver ricopiato un paio di articoli da altrettanti giornali internazionali senza citarne la fonte, e di aver aperto una società finanziaria senza aver chiesto l’autorizzazione all’ateneo.
Il caso, fatto scoppiare dal quotidiano Le Matin

Il “licenziamento” padovano, al confronto, pare una goliardata. E per certi versi lo è.

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