www.litaliaviva.netGreen economy, Zanonato va contro gli interessi del Paese (sulle rinnovabili)

Il futuro dell'industria europea non può che essere green, ma l'Europa tarda ad accorgersene. Perchè? Nell'ultimo appuntamento svoltosi a Parigi in occasione della Prima Conferenza degli amici dell...

Il futuro dell’industria europea non può che essere green, ma l’Europa tarda ad accorgersene. Perchè? Nell’ultimo appuntamento svoltosi a Parigi in occasione della Prima Conferenza degli amici dell’Industria (lo scorso 23 Ottobre) nove ministri dello Sviluppo Economico (ad eccezione della Germania!) hanno rilasciato una dichiarazione sulla necessità per l’Europa di mantenere un tessuto industriale competittivo, aumentando gli sforzi sull’innovazione e la ricerca, nonché di proseguendo nelle iniziative di sviluppo di alcuni settori ad alta tecnologia, fra cui le tecnologie verdi.

In Italia questa scelta però fa discutere. Perchè? Perchè la dichiarazione, giusta sul futuro dell’industria europea, sembra andare contro il suo sviluppo e la riconversione green del comparto. Infatti i nove ministri chiedono che è ‘necessario che la Commissione europea analizzi il differenziale di competitività fra l’Europa e le altre economie avanzate, prodotto dal divario nei prezzi dell’energia e dagli impegni in materia di riduzione delle emissioni di CO2 (sic!) e di produzione da fonti rinnovabili”. E il tono della dichiarazione diventa ultimativo: “entro febbraio 2014 la commissione dovrà proporre soluzioni per ridurre questo differenziale di competitività”.

La presa di posizione dei nove ministri, che segue a ruota una analoga dei top manager delle più importanti industrie energetiche europee, non solo è istituzionalmente inusuale, in quanto assunta al di fuori degli organi collegiali comunitari, non solo in modo ingiustificato contraddice venti anni di politica energetico-ambientale europea, non solo mette a repentaglio lo sforzo più serio finora attuato per contrastare il cambiamento climatico, ma, quel che è più grave, in nome della sacrosanta salvaguardia dell’industria del nostro continente chiede di sacrificare il futuro della medesima, che risiede proprio nella sua riconversione “green”.

In Italia una forte azione di contrasto a questa visione la sta svolgendo il Coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica che raggruppa 30 associazioni del settore in Italia) che in questi giorni ha chiesto al Governo una parola chiara sulla visione strategica che riguarda industria e green economy.

Free si rifà anche ad autorevoli istituzioni internazionali, come la Banca Mondiale, che recentemente ha pubblicato un rapporto (“Turn Down the Heat: Why a 4 °C Warmer World Must be Avoided”), dove si denuncia l’urgenza di interventi più efficaci di contrasto al cambiamento climatico. Inoltre, Free richiama, come esempio, un gruppo di 70 investitori globali che gestiscono complessivamente più di 3.000 miliardi di dollari di asset, il quale a settembre ha inviato una lettera ai colossi dell’industria energetica, perché valutino i possibili rischi finanziari dei loro investimenti, dato che le politiche contro il riscaldamento globale sono destinate ad andare avanti, chiedendo spiegazioni sulle “opzioni messe a punto per la gestione di questi rischi”, come ad esempio “la riduzione della ‘carbon intensity’ degli asset o l’alienazione di quelli più inquinanti”, ma anche “la diversificazione dei business attraverso l’investimento in fonti con minori emissioni”.

Ma non è finita qui. Il Coordinamento delle Fonti rinnovabili ed efficienza energetica si rifà al recentissimo rapporto congiunto del World Energy Council e di Bloomberg New Energy Finance (“nel 2030 le tecnologie verdi varranno il 34% del mix elettrico planetario”); la lettera alla Commissione europea di importanti industrie europee (da Siemens a Schneider, da Philips a Whirlpool) in cui si chiedono obbiettivi vincolanti al 2030 anche per l’efficienza energetica e le rinnovabili.

L’associazione Free si è meravigliata e preoccupata dell’appoggio del ministro Zanonato ad una proposta che, lungi dal contribuire allo sviluppo del Paese, lo frenerebbe, mettendo a repentaglio le imprese già impegnate nei settori “green” e più di centomila posti di lavoro; il Coordinamento Free chiede al presidente Enrico Letta, il quale si è di recente pronunciato a favore della “green economy”, di fornire un’autorevole conferma che questa è la linea politica del Governo italiano, schierandolo nel dibattito europeo fra coloro che sostengono la necessità di obiettivi vincolanti al 2030 anche per l’efficienza energetica e le rinnovabili e non solo per la riduzione delle emissioni di CO2.