In viaggio con TancrediBologna

Prima o poi porterò Tancredi a Bologna. Ci ho vissuto solo tre anni o poco più, ma credo siano stati i più intensi e felici di tutta la mia vita. L’avevo scelta per studiare ed è lì, in una facolt...

Prima o poi porterò Tancredi a Bologna. Ci ho vissuto solo tre anni o poco più, ma credo siano stati i più intensi e felici di tutta la mia vita. L’avevo scelta per studiare ed è lì, in una facoltà quel giorno occupata, che mi sono laureata.

Lo porterei innanzitutto alla stazione, per fargli vedere un orologio fermo da 34 anni e una crepa che sembra la cicatrice ancora aperta di una città intera; da lì, da quei binari – gli direi – sono partiti tutti i treni che, almeno due volte all’anno, hanno fatto su e giù per riportarmi a casa. Poi con Tancredi andrei a Piazza Maggiore e al centro di quella piazza gigantesca, lo farei sdraiare a terra, accanto a me, per raccontargli che l’ultima – e unica – volta che lo feci fu per una delusione d’amore e, quella volta, avevo bisogno di sentirmi il cielo addosso. Per mano, poi, lo accompagnerei dentro la libreria, sotto le due torri, dove credo di aver comprato la maggior parte dei libri che oggi sono miei e domani saranno suoi. Su quelle due torri, poi, ci salirei. Con lui, gradino dopo gradino, arriverei sino in cima a quella degli Asinelli per poi farglielo dimenticare perché – leggenda vuole – che chi sale lassù, a Bologna non si laureerà mai. Per riprendere fiato ed energia, gli farei assaggiare le sfogliatine al parmigiano e la crescenta sfornate dalle più antiche botteghe bolognesi, poi lentamente lo porterei a piazza Santo Stefano, il posto più bello e romantico di tutta la città. Lo farei sedere sui muretti sotto i portici e lì vorrei che restassimo in silenzio.

Tancredi, poi, lo porterei in via Zamboni: la via delle Università, della cultura, dei “punkabbestia” coi cani, degli spacciatori, delle biblioteche, delle sale studio, del pub in cui sbronzarsi anche alle 5 del pomeriggio, dei localini da aperitivo, dei portici in cui ripararsi dal freddo e scambiarsi le idee. Al numero civico 32 e poi al 38, poi, mi fermerei: la mia facoltà, i miei esami, la mia gioia.

Poi, tappa all’Osteria dell’Orsa – che credo non esista più – ritrovo settimanale di noi aspiranti scrittori, aspiranti giornalisti, aspiranti critici che, in fin dei conti, aspiravamo solo a essere felici.

Sotto il portico di Santa Lucia, poi, lo farei entrare nella chiesa in cui, il giorno in cui seppi di aver vinto la borsa di studio Erasmus, ringraziai chi stava lassù ad ascoltarmi; aprirei poi la finestrella in via Piella per rivelargli la bellezza della “Piccola Venezia”: un corso d’acqua tra vecchi palazzi che incanta chiunque lo veda.

Aspetterei poi che arrivasse mercoledì e, quella sera, suonerei il citofono di una porta seminascosta di un vicolo del centro per svelare a Tancredi la magia di un gruppo di talentuosissimi musicisti che, da decenni, si riunisce nella “Cantina Dr. Dixie” per far ascoltare, ai pochi fortunati che riescono a entrare, le meraviglie della Doctor Dixie Jazz Band.

Alla fine, se potessi, lo porterei in Via Mazzini per indicargli i due luoghi in cui ho vissuto. Un collegio di suore prima e poi, per fortuna, un appartamento. Il mio appartamento, il nostro appartamento: di tutti quelli che ci sono passati dentro e a cui, di volta in volta, scattavamo una foto e l’appendevamo al muro.

Bologna, per me, è stato tutto questo. E a Tancredi saprei raccontarlo solo così.

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