Colpo di taccoVoi non siete napoletani

Mentre scrivo c'è un ragazzo in ospedale, in coma farmacologico e fino e poco tempo fa anche in stato di fermo, poi revocato dal Gip... e pensare che la procura della Repubblica aveva chiesto gli ...

Mentre scrivo c’è un ragazzo in ospedale, in coma farmacologico e fino e poco tempo fa anche in stato di fermo, poi revocato dal Gip… e pensare che la procura della Repubblica aveva chiesto gli arresti domiciliari. Magari potesse tornare a casa…

Una vicenda gravissima che mostra in maniera palese come il sistema mediatico sia totalmente padrone dello scacchiere sociale. Tutto ciò che è avvenuto e che sta avvenendo in questi giorni ha una ragione chiara, specifica: la mistificazione della realtà.

Una realtà che quando tocca Napoli assume contorni onomatopeici roboanti e tutti, come iene affamate, trovano il loro pezzo di carne da spolpare. Tutti, nessuno escluso, danno vita all’ennesima sceneggiata: la solita sceneggiata napoletana contro i napoletani. I criteri sono sempre gli stessi: da una parte o’ buon e dall’altra o’malament. Da una parte la vedova di un ispettore e dall’altra Genny a’ carogn. 

Ciò che più di tutto, lascia quel senso di amaro in bocca è che né l’una né l’altro hanno nulla a che vedere con la causa scatenante di tutto ciò: un tentato omicidio. Cinque colpi di pistola, tre ragazzi all’ospedale di cui uno in fin di vita. Cinque colpi per tre ragazzi che erano andati a vedere una partita di pallone. Di questo si doveva e si deve parlare: di come sia potuta accadere una cosa simile. 

La verità è che questo “come” pesa quanto un macigno e noi tutti siamo così disabituati a porci domande da accettare subito le risposte, soprattutto quando queste vengono costruite ad hoc, in funzione della spettacolarizzazione dell’evento. Ciò che conta non è fare luce su un tentato omicidio, ponendo l’attenzione su chi aveva la responsabilità di tutelare la sicurezza pubblica, ma fare tutto il possibile affinchè proprio di questo non si parli. 

In verità io non sono sorpreso, il gioco è sempre lo stesso: dipingono i partenopei come fannulloni e parassiti, dimenticando che  da decenni forniscono forza lavoro alle loro imprese; hanno permesso la persistenza di un’emergenza rifiuti per 20 anni, venti anni in cui ci dicevano che eravamo incapaci di gestire i nostri rifiuti urbani, quando invece venivano dal Nord a sversare illegalmente i rifiuti tossici, inquinando terra, acqua ed aria.

Ecco perchè l’inno viene fischiato: si è scelto per Napoli il ruolo di “cesso d’Italia”e di certo non ci si può aspettare né riconoscenza né senso di appartenenza. 

Napoli per me non è la città di Napoli ma solo una componente dell’animo umano che so di poter trovare in tutte le persone, siano esse napoletane o no. A volte penso addirittura che Napoli possa essere ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana.
(Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista)

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