Pizza ConnectionLa mafia al nord? Punta i piccoli centri

Tre anni fa lo constatava il criminologo dell'Università di Oxford Federico Varese in una intervista che avevo condotto per Linkiesta: «La capacità delle mafie di radicarsi dipende molto dal contro...

Tre anni fa lo constatava il criminologo dell’Università di Oxford Federico Varese in una intervista che avevo condotto per Linkiesta: «La capacità delle mafie di radicarsi dipende molto dal controllo che queste possono esercitare. È molto più facile controllare i comuni e condizionarne la politica locale anziché andare dritti alla grande città. In queste inchieste si parla principalmente di ’ndrangheta la cui caratteristica, rispetto alle altre mafie, è quella di essere riuscita a penetrare in un mercato, quello delle costruzioni e dell’edilizia, riuscendo a condizionarlo e limitandone la concorrenza interna. Infiltrandosi in questo mercato nei piccoli comuni è in grado di determinare chi può costruire e chi no. Ed è qui si consuma il salto di qualità di una mafia: dal trafficare sostanze stupefacenti all’ingresso nel mercato».

«È molto più facile controllare i comuni e condizionarne la politica locale anziché andare dritti alla grande città»

Il dato emergeva, di fatto, anche dalle inchieste condotte dalla direzione distrettuale antimafia di Milano nel corso degli ultimi venti anni. Alla medesima conclusione è arrivato un completo studio portato a termine dall’università di Milano e presentato nella mattinata di oggi 26 giugno a Torino. «Mentre gran parte dell’opinione pubblica – si legge nella relazione condotta dall’Osservatorio Criminalità organizzata dell’Università degli studi di Milano, coordinato da Nando Dalla Chiesa e incaricato dalla Commissione Parlamentare Antimafia –  è incline a pensare che il trasferimento dei clan al Nord sia guidato dalle opportunità di impiego di capitali di provenienza illecita nella Borsa e nella finanza, da cui il primato di Milano come piazza finanziaria per eccellenza, in realtà la diffusione del fenomeno mafioso avviene soprattutto attraverso il fittissimo reticolo dei comuni di dimensioni minori, che vanno considerati nel loro insieme come il vero patrimonio attuale dei gruppi e degli interessi mafiosi».

Stando ai dati raccolti in testa alla classifica della massima presenza mafiosa al primo posto c’è la provincia di Milano, seguita da Monza-Brianza, Torino e Imperia. I piccoli centri in particolare nel milanese e nel varesotto sono tra i più colpiti. Per esempio Buguggiate (Varese), 3mila abitanti ha visto arrivare il primo boss calabrese del Dopoguerra, Giacomo Zagari. Quando Buccinasco si guadagnà l’appellativo di “Platì del nord” aveva meno di 10mila abitanti (oggi nei ha 27.000). Così anche Sedriano e Rivarolo: 10.000 abitanti per il primo, primo Comune sciolto per mafia in Lombardia nel 2013, e 12.000 per il secondo in provincia di Torino, anche questo sciolto per mafia nel 2012.

Maglia nera alla Lombardia: «Un sistema politico e istituzionale sempre più permeabile alle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose e un’imprenditoria spesso omertosa, talvolta collusa»

Appetiti mafiosi verso i piccoli centri scatenati anche, si legge nel report «Per l’inesistenza o per la debole presenza di presidi delle forze dell’ordine; per il cono d’ombra protettivo steso sulle attività criminali per un interesse oggettivamente ridotto assegnato alle vicende dei comuni minori dalla grande stampa e dalla politica nazionale. E infine perché nei piccoli centri bastano poche preferenze per l’accesso alle amministrazioni locali». Tra le regioni del nord la maglia nera spetta alla Lombardia: «Le ultime indagini giudiziarie hanno mostrato un sistema politico e istituzionale sempre più permeabile alle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose e un’imprenditoria spesso omertosa, talvolta collusa».

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