La ricerca della felicitàRiforme dal basso: unire Marche e Umbria, Comuni più forti

Nell'era delle risorse calanti, rivedere gli assetti istituzionali diventa il solo paradigma del pubblico - e dei territori - per fronteggiare i bisogni crescenti. Una ricetta obbligata, scongiuran...

Nell’era delle risorse calanti, rivedere gli assetti istituzionali diventa il solo paradigma del pubblico – e dei territori – per fronteggiare i bisogni crescenti. Una ricetta obbligata, scongiurando la leva fiscale che frena la crescita, per salvare servizi e coesione sociale. Così, mentre il governo con nuovo Senato e titolo V scardina architetture centrali non più sostenibili, anche dal basso si può guidare la spinta al cambiamento. Incanalandola sul risparmio e sulla razionalizzazione dei costi pubblici. 

Livelli che si intersecano, compenetrandosi tra loro. Perché i margini di azione non mancano. Partendo dai Comuni: ottomila realtà da sole, non reggono più. Incentivare la fusione degli enti più piccoli e l’unione per bacini omogenei resta la modalità per condividere e ottimizzare le classi dirigenti. Contrastando la frammentazione, che va combattuta anche sul livello delle società pubbliche di servizi, da amalgamare e ridurre.    

Ma i Comuni, con la trasformazione delle Province in enti di secondo livello, non possono caricarsi solo i problemi, lasciando le opportunità alle Regioni. Che dovrebbero fare le leggi e pianificare, secondo le intenzioni originarie. Sempre più spesso, invece, sconfinano nella gestione. Nel dibattito sulle riforme, va aperto un varco sul nodo della loro natura. E della grandezza: Regioni troppo piccole sono ormai anacronistiche. 

Gli esempi non mancano, anche nel Centro Italia. Marche e Umbria, insieme, hanno meno abitanti di Roma. Marche, Umbria e Toscana, unite, raggiungono gli abitanti del Veneto. Ha ancora senso che abbiano consigli regionali e leggi differenti? Non lo giustificano le diversità storiche e morfologiche. Il punto è costruire un nuovo modello di sviluppo. Ne va della competitività e di una massa critica più pesante di questi territori, dentro la globalizzazione. E allora gettiamo ponti e ragioniamo su un’unica struttura amministrativa – almeno per Marche e Umbria – con un processo che preveda il referendum popolare. Le resistenze campanilistiche? Un’obiezione che si infrange. L’identità locale resta soprattutto municipale e solo in rari casi è regionale. Più complicato appare vincere l’opposizione di chi vuole barricarsi dietro i feudi, gli eletti, le controllate. Ma i cittadini sono più avanti di quello si pensa. E cambiare il Paese, alla fine, passa anche da questo. 

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