Fumo di chinaIn inverno le mie mani sapevano di mandarino

Diciamo la verità: tutti a un certo punto avrebbero voluto chiudere i nostri ricordi – soprattutto se dolorosi – come con una cerniera, per andare avanti magari trascinandoci ma almeno senza troppi...

Diciamo la verità: tutti a un certo punto avrebbero voluto chiudere i nostri ricordi – soprattutto se dolorosi – come con una cerniera, per andare avanti magari trascinandoci ma almeno senza troppi problemi. Poi però c’è sempre qualcuno che, nel bene e nel male, ci riporta alla realtà e quei ricordi li fa riaffiorare… e si ricomincia da capo (quasi come quel film capolavoro con Bill Murray, che tutti ricordano ma a volte non vorrebbero).

La storia che racconta con In inverno le mie mani sapevano di mandarino il multiforme Sergio Gerasi, che scrive, disegna e colora tutto da solo, mentre di solito visualizza sceneggiature per Dylan Dog in edicola e Don Camillo a fumetti in libreria, oltre a essere musicista, autore dei disegni aServizio Pubblico su la7 e aver firmato bei graphic novel come G&G su Giorgio Gaber con testi di Davide Barzi e Le Tragifavole da autore unico con cd allegato – è quindi solo apparentemente surreale e grottesca, fra inquadrature che sembrano veri e propri storyboard cinematografici, ambienti e personaggi sapientemente modellati dal caratteristico tratto morbido dell’autore, con un dolce bianco e nero dalle sognanti sfumature in mezzatinta (con contorno di mostriciattoli a colori tutt’altro che fuori posto).

Il protagonista viene spinto a “prendere il largo” dai Navigli di Milano, per approdare all’isola dal nome rovesciato Onalim (e infatti ne sembra uno specchio deformato) e ritornare a casa dopo aver incontrato luoghi e visi che suscitano familiarità anche al lettore – quando non citati esplicitamente – aumentando l’effetto straniante, fino a quel mandarino della nonna malata di Alzheimer che gli spalanca suo malgrado i ricordi e spiega (quasi) tutto… facendo scorrere più di un brivido sulla schiena: tutt’altro che un esercizio di stile, ma un esempio notevole di come trattare argomenti delicatissimi con una grazia inusuale oggi più che mai.

Il volume, un piacevole brossurato con alette da 132 pagine a 15 euro,edito dalla Bao Publishing nella collana Le Città Viste dall’Alto con tanto di booktrailer e anteprima on line, fra le sei uscite è fra le più esplicite nel visualizzare la canzone Vedute dallo spazio dei Massimo Volume da cui prende il nome: “Le città viste dall’alto / mi ricordano i viaggi nello spazio / L’attimo in cui / le macchine, i palazzi / le nostre giustificazioni / cessano di essere / quello che sono / e diventano macchie / e poi punti / e poi niente / assolutamente niente / Viste a quella distanza / dove la gravità é solo un ricordo”.

E guarda caso, sono tutte storie e avventure di luoghi e persone che ti si attaccano al cuore come solo quelle raccontate a fumetti sanno fare. Un bel ricordo, da tenere stretto e portare con sé nel nuovo anno. Auguri.

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