Senigallia: l’avido Comune e la scomoda eredità del Conte

Quel palazzotto, enorme e severo, che guarda il fiume con un’infilata di finestroni imponenti e muti, non piaceva granché al giovane ‘contino’ Adolfo Gherardi. Lui, emulo di Leopardi, come il suo c...

Quel palazzotto, enorme e severo, che guarda il fiume con un’infilata di finestroni imponenti e muti, non piaceva granché al giovane ‘contino’ Adolfo Gherardi. Lui, emulo di Leopardi, come il suo conterraneo marchigiano si chiedeva se fosse proprio necessario che mio Padre e mia Madre si congiungessero e mi dessero la luce? La vita è un dolore per chi non sa vivere. Ne son felici gli stupidi e i bizzocchi.

Temperamento dolcemente malinconico, il piccolo Folfo. Così lo chiamava la madre Clementina, nipote del potentissimo Monsignor D’Angennes, confessore del Re Tentenna. Giovane che aveva bruciato la sua vita in qualche bagordo – sia pure, era ricco e spensierato – ma soprattutto in studi e composizioni poetiche, cullando quell’animo di soave gentilezza mascherata dietro una ‘vibrante e corrosiva autoironia’.

Palazzo Gherardi

Adolfo Gherardi di Montenuovo moriva di tubercolosi il 22 agosto 1870, ad appena ventidue anni. Chiuso nella sua villa del Ghiretto, sulle colline senigalliesi, porto sicuro nel vagare doloroso di un’anima inquieta. Alla sua morte, lasciò il Comune di Senigallia, sua città natale, erede di un enorme patrimonio: non solo i beni marchigiani ma anche l’eredità materna, cospicue tenute in Piemonte, un palazzo a Torino ed un teatro, il D’Angennes, che insieme al Regio era il tempio della lirica nel capoluogo subalpino.

E poi, ovviamente, il freddo, neoclassico palazzotto in riva al fiume Misa, sopra i Portici Ercolani, quella ingombrante costruzione che marca ancora oggi un isolato a sé, oltre il vecchio Ghetto Ebraico e prima del Foro Annonario dove si commerciavano le derrate alimentari. Adolfo, prima di morire, redige un testamento e stabilisce che quel mastodontico scherzo dell’architettura, spropositato in una piccola cittadina rivierasca, dovrà essere destinato al progresso sociale e culturale dei ‘giovani meritevoli e senza mezzi’.

lapide palazzo gherardi

I senigalliesi di oggi, Palazzo Gherardi, se lo ricordano ancora per due motivi: fu il (Regio) Liceo Perticari, l’unico liceo classico cittadino e rinomato in tutte le Marche ma fu anche, sino alla sua chiusura, la sede della locale Biblioteca Antonelliana. Quanti pomeriggi estivi, uggiosi e piovosi, passati, proprio come il contino Adolfo, a scoprire la miniera del vecchio Mezzanino: si partiva con Verne sul Rio delle Amazzoni o magari alla caccia di una Meteora imprendibile; con Salgari si combattevano gli inglesi, riconquistando Mompracem palmo a palmo, quasi che quel polveroso Mezzanino si trasformasse, in effetti, nella soffitta della scuola in cui Bastian avrebbe incontrato, infine, l’Infanta Imperatrice prima che Fantàsia scomparisse per sempre, inghiottita dal Nulla Eterno.

Che ne è, oggi, di Palazzo Gherardi? Qualche giorno fa, l’ennesimo crollo. Un paio di cornicioni, quelli delle finestre austere che Adolfo non amava, sono caduti giù per strada, creando non pochi problemi. Ultimo episodio di una lunga sfilza di deprecabili incurie che hanno condannato uno dei più begli immobili di Senigallia ad un lento, inesorabile e pietoso declino.

Sin dal 2001 quando, a seguito del terremoto, fu dichiarato pericolante: si trasferì il Liceo, si spostò la Biblioteca. Ma non si fece nulla per rimetterlo in sesto. Le diverse Amministrazioni Comunali si sono palleggiate il problema l’una con l’altra, sempre adducendo i più incredibili motivi a giustificazione di un’assenza d’azione inspiegabile o, forse, sin troppo ovvia. Marcello Veneziani, Vittorio Sgarbi si sono espressi in merito, invitati dall’allora sindaco Marcantoni, per denunciare lo scempio e lo scandalo di non preservare un bene come Palazzo Gherardi.

Ma il Comune sembra aver sempre latitato. Al punto che da anni si parla di ‘speculazione edilizia’: voci informate asseriscono che si voglia svendere il vecchio rudere a qualche palazzinaro che ne faccia venir fuori l’ennesimo, anonimo resort di lusso per presunti turisti interessati, forse, a passare le vacanze sull’Adriatico.

Ultima ipotesi, quella di trasformare il Palazzo in Ostello della Gioventù, tentativo di salvarsi in extremis – facendo mostra di voler preservare almeno la destinazione d’uso ‘per i giovani’ voluta fortemente dal Gherardi – per un’Amministrazione che da anni fa mostra di ignorare l’unico progetto sensato e serio per questo edificio: farne un Museo per la Città, ricco di una Sala Conferenze ove sorgeva l’Aula Magna del Liceo e un intero piano dedicato all’immortale fotografo delle Marche contadine e dei Pretini, il maestro Mario Giacomelli.

Monumento Gherardi

Già, Mario Giacomelli. Il senigalliese con il sigaro sempre in bocca, la sciarpa nera, titolare di una tipografia ‘dietro al Corso’. Il sempliciotto di cui il MoMa conserva gli splendidi scatti in bianco e nero. Ogni sabato mattina, o domenica, Giacomelli si recava al Cimitero Maggiore delle Grazie e  –  l’immancabile sigaro in bocca – deponeva una rosa rossa sul monumento funebre del contino Adolfo.

“Perché la rosa rossa è simbolo di nobiltà d’animo,” diceva, “e il Conte ha sempre protetto quelli come me, quelli poveri che hanno cercato di farsi una strada.”

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