Il grillo parlanteIl sonno della ragione non fa distinguere tra bene e male

Ci deve essere qualcosa di più profondo per spiegare il terrore. Deve esserci un metodo più efficace delle solite considerazioni di geopolitica – sulla Siria e sull’Iraq, sul mondo islamico fondame...

Ci deve essere qualcosa di più profondo per spiegare il terrore. Deve esserci un metodo più efficace delle solite considerazioni di geopolitica – sulla Siria e sull’Iraq, sul mondo islamico fondamentalista e su quello moderato – perché queste hanno, sempre, il difetto di spezzare il problema in tante parti. Certo riuscire a districare il groviglio mediorientale e ricominciare a distinguere gli alleati dai nemici potrebbe aiutare. Ma la sensazione è che non basti più. Che non basti affrontare una crisi alla volta, per capire come mai i traumi si susseguono senza soluzione di continuità. Mettendo nell’angolo un Occidente mai fu così in difficoltà sul piano delle idee. E allora forse dovremmo cominciare a pensare se non siamo anche noi parte del problema, se c’è una crisi di quello che Bertrand Russell avrebbe chiamato lo “spirito dell’Occidente” che crea un vuoto che il fanatismo, come un gas nervino, progressivamente occupa. Se non è una società che si è ammalata di relativismo, di cinismo, di tattica, che produce il suo contrario. E non solo perché Hillary Clinton ammette oggi che l’Isis è, in parte, il frutto degenere di una strategia dell’Occidente che non ha più la forza di affrontare le crisi se non per interposta persona.

C’è un interrogativo etico che la strage nella città dei Lumi pone e che viene prima di qualsiasi altro vertice. Può essere il valore della tolleranza per la quale Voltaire sarebbe morto, essere esso stesso il valore assoluto da contrapporre all’assolutismo di chi invece vuole spazzare via chi è diverso a colpi di Kalashnikov? Può essere la dichiarazione dei diritti umani che volemmo “universale”, il baluardo su cui ricostruire un Occidente valoriale da contrapporre al fanatismo sul piano dello scontro culturale che precede – come sempre – quello militare? È credibile condannare i fatti di Parigi qualche giorno dopo aver stretto, in Arabia Saudita, le mani di chi condanna giovani dissidenti alla morte per crocifissione seguita da decapitazione? Può sopravvivere un Occidente che si chiude nel tinello di fronte alla televisione e che rinuncia all’universalismo che lo ha fatto diventare Occidente? Ha il dovere di reagire chi crede alla diversità, laddove vede che qualcun altro – in un contesto, appunto, diverso – nega questo diritto agli altri? È un problema etico di primaria grandezza. Ma è quello che dobbiamo risolvere, per non rassegnarci all’idea sbagliata che essere laici significa aver rinunciato a distinguere il bene dal male ed arrenderci ad un diverso assoluto che dobbiamo sconfiggere sul piano dei valori e per le strade di Parigi.

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