Banca(rotta)Il vaso di “Bancora”: brevi note sul credito deteriorato delle banche e sui più che legittimi dubbi circa i numeri ufficiali

Ripartiamo da dove è cominciato tutto il bailamme, che negli ultimi mesi sta travolgendo il mondo bancario, per fare un po' di chiarezza: la "risoluzione" delle quattro banche (Banca delle Marche, ...

Ripartiamo da dove è cominciato tutto il bailamme, che negli ultimi mesi sta travolgendo il mondo bancario, per fare un po’ di chiarezza: la “risoluzione” delle quattro banche (Banca delle Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti) del novembre 2015.

A distanza di quasi un anno da quell’infausto evento, la crisi di fiducia che si è sparsa a macchia d’olio sull’intero sistema bancario italiano (a livello nazionale ed internazionale) è uno di quei “danni collaterali” che un governo un po’ meno insipiente avrebbe dovuto attentamente considerare, prima di prendere una qualsivoglia decisione in questioni così delicate.

Determinando di mettere in liquidazione i quattro istituti bancari si è, infatti, sollevato finalmente il coperchio del “vaso (o scrigno) di Bancora” (mi sia consentita la faceta perifrasi mitologica della quasi omonima Pandora!) e sul contenuto dei bilanci bancari, non solo delle banche poste in risoluzione, ma in generale dell’intero mondo bancario italiano.

In altre parole si è squarciato il velo una volta per tutte sulla complessiva gestione degli operatori bancari negli ultimi decenni e questo è un indubbio merito/demerito (a seconda dei punti di vista e, in ogni caso, ben lungi dall’essere voluto e/o auspicato!) dell’azione del governo.

La domanda fondamentale, quindi, da porsi una volta per tutte è la seguente:

quanto sono affidabili i bilanci bancari e le informazioni in essi contenute?

Detto in maniera differente: allorquando una qualsiasi banca dichiara di avere in corpo un certo “stock di credito deteriorato“, è effettivamente tale numero aderente al vero o potrebbe essere alquanto differente dalla esatta cifra reale?

Si tratta sinceramente di una domanda alle quale è difficile dare una risposta oggettiva ed incontrovertibile, ma tenteremo di dare delle linee guida per spiegare al lettore la complessità degli argomenti sollevati.

Diciamo innanzitutto che quando una banca elabora il proprio bilancio, per tutta una serie di obblighi informativi di legge (comunitaria e nazionale), deve fornire al pubblico anche uno schema preciso di tutto quello che è l’ammontare di crediti erogati e di crediti difficilmente esigibili (il c.d. credito deteriorato, suddiviso in una serie di classificazioni quali: sofferenze, inadempienze probabili, ristrutturazioni a vario titolo, etc.), anche chiamati N.P.L. (acronimo che sta per “Non Performing Loans”, i.e. “Prestiti non performanti”) ovvero N.P.E. (seconda la più recente definizione, acronimo che sta per “Non Performing Exposures”, i.e. “Esposizioni non performanti”: cambia il termine, ma di fatto non la sostanza).

In questo senso, quindi, la banca stessa dichiara e certifica la veridicità dei dati riportati in bilancio.

Tutto tranquillo dunque? Neanche per sogno!

Senza entrare nel merito di complesse procedure tecniche sulla definizione di credito deteriorato, nonché sulla sua esatta individuazione e valorizzazione (i lettori più curiosi si possono leggere il recente ed ottimo contributo del Prof. Luigi Zingales dal titolo: “Quante sofferenze si nascondono negli “incagli”?”, che condividiamo parola per parola), qui di seguito preme rilevare solamente una cosa:

chi certifica il credito deteriorato (i.e. la banca) ha tutto l’interesse ad evidenziare un numero il più basso possibile, perché più credito deteriorato si dichiara e più accantonamenti e rettifiche si devono effettuare in bilancio, con un notevole aggravio dei costi e con consistente, possibile erosione del capitale minimo (già non troppo elevato per legge) da conservare per non correre il rischio di essere commissiarata o – ancora peggio! – liquidata.

Siamo, quindi, in presenza di un insuperabile ed insanabile conflitto di interessi: più la banca dichiara che il credito deteriorato è di entità non significativa, più utili essa fa.

Sarebbe interessante vedere (e magari ne parleremo in un prossimo contributo) chi dovrebbe controllare e come sulla veridicità dei dati contenuti nei bilanci bancari (Banca d’Italia, Consob, i revisori contabili, etc.), ma questo ci porterebbe fuori strada, perché qui di seguito interessa solamente riuscire a capire come incida in tutto questo la risoluzione di cui parlavamo precedentemente all’inizio del presente contributo. Vediamolo!

Fino ad un minuto prima della risoluzione della quattro banche nel novembre 2015 (quando esse erano già state soggette a numerose ispezioni di Banca d’Italia ed avevano già da tempo i C.d.A. sciolti e sostituiti da uno o più commissari di nomina della stessa Banca di Via Nazionale), ancora si diceva che, nonostante le perdite a bilancio e la situazione patrimoniale non florida, le banche, comunque, erano in grado di proseguire la propria attività ordinaria, seppur con qualche difficoltà.

Peraltro, al momento stesso della risoluzione, per fare i conti esatti sullo stock di credito deteriorato contenuto nelle quattro banche si sono dovuti rifare i conteggi rispetto ai numeri ufficiali comunicati al mercato (i bilanci) e si sono, quindi, evidenziati tutti i “trucchetti contabili” e sotterfugi con i quali si erano tenuti in vita (formalmente, ma nella sostanza erano già “dead men walking“!) gli istituti di crediti in oggetto.

In altre parole, dovendo scorporare i crediti deteriorati dalle quattro banche per conferirle alla bad bank, si è valutato questo stock di credito deteriorato in maniera del tutto incongruente con gli ultimi bilanci depositati.

Delle seguenti due ipotesi, quindi, quale è quella veritiera?

1) Erano inattendibili i bilanci depositati.

2) Erano inattendibili le stime Banca d’Italia sui crediti deteriorati scorporati.

Diceva un celebre statista democristiano: “a pensare male si fa peccato, ma ci si indovina sempre“. Alla luce di ciò, ci sentiamo di proporre una risposta al precedente quesito che sincreticamente riassuma in sé le due precedenti affermazioni:

è verosimile che fossero inattendibili sia i bilanci depositati che le stime Banca d’Italia sui crediti deteriorati scorporati.

A ben vedere, semplicemente considerando il fatto che ad inizio 2016 sono stati conferiti ulteriori sofferenze alla bad bank da parte delle quattro banche risolte, rispetto a quelle già conferite a novembre 2015, questo non fa nascere una gran fiducia dei numeri forniti da Banca d’Italia e dalle banche stesse (pre- e post-risoluzione).

Riprendendo, quindi, la domanda che ci eravamo posti più sopra (e, cioè: allorquando una qualsiasi banca dichiara di avere in corpo un certo “stock di credito deteriorato”, è effettivamente quel numero aderente al vero o potrebbe essere alquanto differente dalla cifra esatta?) trova una risposta che il lettore può agevolmente darsi da solo, semplicemente considerando i fatti sopra esposti.

Se quanto sopra non bastasse, basterebbe al lettore, ancora eventualmente dubbioso, considerare che proprio pochi giorni fa (cfr., ad es., la seguente notizia su Repubblica) c’è stato il rinvio a giudizio, fra gli altri, dell’ex presidente di Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari e l’ex direttore finanziario Antonio Vigni a Milano nel procedimento sull’istituto di credito senese con l’accusa, inter alia, di false comunicazioni sociali (in parole povere, falso in bilancio).

Interessante notare come, secondo l’ipotesi dei tre P.M. meneghini, le operazioni contestate ai vertici della Banca sarebbero servite per non far apparire (in altre parole: occultare) di volta in volta in alcuni bilanci della banca perdite per svariate centinaia di milioni di euro, che avrebbero portato alla necessità di ricapitalizzazioni (ricapitalizzazioni che, peraltro, col passare degli anni si sono rilevate in ogni modo necessarie ed indifferibili).

Se, poi, il lettore non fosse ancora convinto, potrà sicuramente rileggersi un nostro precedente contributo in questo blog dal titolo “La Banca Popolare di Vicenza e la sanzione dell’A.G.C.M.: un brutto esempio di cosa sono diventate molte banche“, per toccare con mano quanto i “numeri” in banca siano manipolabili e facilmente “trasformabili” e “piegabili” alle esigenze del momento.

Evidenziamo una coincidenza a chiosa del presente articolo: in periodo di accanito dibattito sulle modifiche proposte dal Governo, che vanno a toccare significativamente alcuni importanti articoli della Costituzione, riteniamo che quasi tutti si siano dimenticati di evidenziare come il 1° articolo sia già stato modificato di fatto, senza colpo ferire, da svariate decenni di pratica operativa, peraltro non solo bancaria (basti, ad es., pensare ai vari fallimenti di Parmalat, Cirio, Volare, Giacomelli, Deiulemar, etc.).

In effetti sembra proprio che l’Italia non sia più una Repubblica democratica fondata sul lavoro, alla stregua di quanto messo nero su bianco dall’Assemblea Costituente, bensì sempre più fondata sul falso in bilancio, come oramai certificato dagli scandali a tutti i livelli che si susseguono da molti decenni, ai quali anche le banche (l’ex “salotto buono” della finanza) non hanno – ahinoi! – saputo e/o voluto sottrarsi.

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