ApotropaicoLa (mia) giornata di uno scrutatore

Non mi chiamo Amerigo e non sono comunista. Nonostante queste due differenze ho un singolare episodio in comune con il protagonista del libro di Calvino: sono stato uno scrutatore per l’ultimo r...


Non mi chiamo Amerigo e non sono comunista. Nonostante queste due differenze ho un singolare episodio in comune con il protagonista del libro di Calvino: sono stato uno scrutatore per l’ultimo referendum del 4 dicembre 2016 all’interno del mio piccolo comune di provincia.


Alcune considerazioni, semifredde, sull’ultimo processo elettorale svoltosi nella Penisola.

Istituzioni statali a rapporto. Quel vecchio volpone di Mattarella, attuale capo dello stato, è costretto a levarsi dalla sua nube di strette di mano, commozioni, esortazioni e atti per mantenere alto il legame tra i cittadini del Paese; in due parole: unità nazionale. Sempre indecifrabile, con una faccia enigmatica, mai esposto e soprattutto politico di quel periodo italiano dove il benessere del Paese era un filo, ripeto filo, più a cuore.
Ad ora c’è il congelamento e fiducia tecnica al capo del governo; un po’ per paura di favorire alcuni, un po’, a mio dire, per non saper che pesci prendere in una situazione come questa. Furbetto d’un Renzi: sei il primo che lascia, ai miei occhi con onore, la poltrona davanti ad una sconfitta politica. Rimane il fatto che sei contemporaneamente uno dei tanti presidenti del consiglio che lascia l’Italia proprio in un momento di crisi. Insomma, sei una unicità in un grande male di cose già viste.

Amata burocrazia. Dicevo, nell’incipit, che sono stato scrutatore. Nel mio piccolo comune, che non supera le diecimila anime, sono stati allestiti otto seggi e convocate cinque persone per ogni seggio. Qui inizia la burocrazia: allestire il bando di chiamata per tutti gli scrutatori, poi fare il bando dei presidenti e dei segretari, vedere chi c’è e chi non c’è, fare la conta, sostituire i lassisti e i ritardatari, vedere se tutti hanno la fedina penale pulita e mettere a capo di ogni circoscrizione una segreteria a servizio di seggio. In tutto ciò la questura dispone di almeno otto poliziotti addetti a sorveglianza delle urne. Se non bastano si passa a carabinieri, finanza, esercito. Fatto questo manca allestire il posto dove la votazione avverrà: mettere in moto il ministero per cancelleria matite-penne-colla-vinavil, tipografia schede, buste, controbuste, verbali, riassunti di verbali esplicativi, tipografia per le buste, timbri, timbrini, timbro con data, timbro con numero circoscrizione. Passiamo alla chiusura delle votazioni: voti contati tre volte da tre persone diverse, inseriti in 3 buste diverse, chiuse e sigillate, firmate da tre persone diverse, consegnate chiuse a tre poliziotti diversi. Lo spoglio dura, in media per meno di mille voti a seggio quasi due ore e mezza. Weber, era questo che volevi quando scrivevi della burocrazia?

Giusti eredi e avvoltoi. Siamo tutti sul carro del vincitore, da bravi italiani. Berlusconi è convinto che il suo partito sia il primo, Grillo della medesima utopia, il Partito democratico è dilaniato da lotte intestine (fossi Renzi li aspetterei tutti al varco alla prossima riunione di dirigenza e li sbatterei fuori tutti), Meloni, Casini, Salvini, Radicali e Alfano ruotano ridendo il solito giro di valzer in attesa di capire chi prenderà il prossimo posto da premier chi per azzannarlo, chi per ammaliarlo. Un vero erede non c’è e meno che mai c’è qualcuno pronto a farsi carico di un possibile fallimento. Ho votato col magone per evitare la deriva, in questi giorni è parola chiave, populista. Non è bastato.

Populismo. Altro che Rovazzi & Fedez, il vero tormentone è il populismo. Magica parola trasformista peggio di De Pretis che cavalca l’onda mediatica falce da mattatoio in spalla. Populista è Salvini con i suoi cliché anti immigrati. Populista è Berlusconi con la sua vecchiaia e il suo complesso di impotenza mai curato. Populista è Grillo con la sua rabbia repressa e i milioni nascosti in Svizzera. Ma lo è anche Renzi che non faceva abbastanza riforme. Non dimentichiamo il populismo di Bersani e d’Alema, eterni sconfitti sempre pronti a mordere ai garretti nemmeno fossero appartenenti alla razza dei brachetti. Mi chiedo se sia populista pure io. [ Parentesi seria con libro di storia alla mano e indice bello umido per sfogliare le pagine: i populismi, da che mondo e mondo, in qualunque stato, sono anticamere a destre serie e pericolose. Lo insegna la storia con la sua sapienza, la statistica con i suoi grandi numeri, i cimiteri con i loro monumenti ai caduti. ]

Soldi e soldini.
Questo referendum, facendo i conti della serva, è costato molto. Fatevene una idea. Stipendio poliziotti, stipendio scrutatori, costo luce-gas edifici ospitanti le urne, tipografia materiale stampato, cancelleria materiale inviato, stipendi segreterie ausiliarie, stipendi segreterie ministeriali, stipendi operai delle pulizie comunali post voto, stipendi operai comunali e via dicendo. Così, in due giorni, io ipotizzo una spesa di circa 40 milioni di euro. Ma vado a spanne. Intanto, sulla prima pagina di Ansa – martedì 6 dicembre 2016 alle 11.50 – appare un articolo: un italiano su quattro è povero.

In tutto questo la Boschi piange: ah.

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