Banca(rotta)IlSole24Ore e i bilanci creativi: basta quest’ultimo (ennesimo) eclatante esempio per riformare l’articolo 1 della Costituzione?

Il titolo di questo post è volutamente provocatorio, ma non immotivato. L'argomento, infatti, si ricollega perfettamente a precedenti interventi nei quali avevamo più volte sottolineato l'inaffidab...

Il titolo di questo post è volutamente provocatorio, ma non immotivato. L’argomento, infatti, si ricollega perfettamente a precedenti interventi nei quali avevamo più volte sottolineato l’inaffidabilità di uno strumento vetusto quale il bilancio d’esercizio, non solo per quanto attiene le varie crisi bancarie sotto gli occhi di tutti, ma più in generale per la quasi totalità delle aziende italiane.

Giova richiamare a tal proposito cosa avevamo scritto ad inizio ottobre 2015 nel post dal titolo Il vaso di “Bancora”: brevi note sul credito deteriorato delle banche e sui più che legittimi dubbi circa i numeri ufficiali:

Evidenziamo una coincidenza a chiosa del presente articolo: in periodo di accanito dibattito sulle modifiche proposte dal Governo, che vanno a toccare significativamente alcuni importanti articoli della Costituzione, riteniamo che quasi tutti si siano dimenticati di evidenziare come il 1° articolo sia già stato modificato di fatto, senza colpo ferire, da svariate decenni di pratica operativa, peraltro non solo bancaria (basti, ad es., pensare ai vari fallimenti di Parmalat, Cirio, Volare, Giacomelli, Deiulemar, etc.).

In effetti sembra proprio che l’Italia non sia più una Repubblica democratica fondata sul lavoro, alla stregua di quanto messo nero su bianco dall’Assemblea Costituente, bensì sempre più fondata sul falso in bilancio, come oramai certificato dagli scandali a tutti i livelli che si susseguono da molti decenni, ai quali anche le banche (l’ex “salotto buono” della finanza) non hanno – ahinoi! – saputo e/o voluto sottrarsi.

In quel contributo ci occupavamo del comparto finanziario, seppure vi erano espliciti riferimenti a società industriali, e l’esempio eclatante de IlSole24Ore, società editoriale quotata in Borsa, di proprietà di Confindustria, non fa che avallare e certificare il quadro sopra descritto.

Specifichiamo fin da subito che parliamo dell’azienda e della sua proprietà e non certo dei lavoratori – proprio come nel caso delle banche si parlava del comportamento di taluni banchieri e non dei bancari -, tanto che, ad es., i giornalisti del IlSole24Ore tre giorni fa hanno deciso uno sciopero ad oltranza per dimostrare il loro forte dissenso con il direttore Roberto Napoletano, reo – secondo il Comitato di Redazione – di essere uno dei maggiori responsabili della situazione attuale, e per sollecitarne la sua rimozione (si veda ad esempio il presente comunicato Ansa).

Da cosa, dunque, deriva questa bufera sul più prestigioso quotidiano economico italiano? Senza entrare nel dettaglio della vicenda, ricordiamo solamente che in buona sostanza l’accusa è di avere gonfiato i bilanci, inventando di sana pianta (con “artifici contabili”) le tirature, truccando così ad arte i conti economici dei vari esercizi di una società quotata in Borsa.

Tanto per fare capire al grande pubblico di cosa stiamo parlando, secondo i dati Ads pubblicati l’8 marzo da Prima Comunicazione, la tiratura del quotidiano economico in questione nel mese di gennaio 2017 consisteva in 191.121 copie, mentre solo un anno fa circa il numero era più che doppio, ammontando a 386.226.

Ora è proprio sui dati degli anni passati che stanno indagando i magistrati di Milano, ipotizzando vari reati fra i quali le false comunicazioni sociali per società quotata a carico di vari membri dei passati e presenti C.d.A. (Consigli di Amministrazione), nonché di alcuni A.D. (Amministratori Delegati).

Sulla ricostruzione fattuale si può consultare un’ottima indagine del 12 dicembre 2016 de L’Espresso dal titolo Sole 24 Ore, quello scontro in Cda per tenere coperto l’audit sulle copie digitali, dove ben si chiarisce il nodo centrale della questione, che è così sintetizzabile:

con un gioco di “società paravento” in terra d’Albione le copie effettivamente vendute, da cui si calcolano i ricavi e, quindi, gli utili aziendali, venivano opportunamente manipolate, tanto che si generavano utili fittizi, nascondendo possibili ingenti perdite.

Il tutto avveniva in una società quotata in Borsa con Consob che, come spesso capita da un bel po’ a questa parte (gli azionisti ed obbligazionisti delle Banche risolte in novembre 2015, ad esempio, ancora la ringraziano sentitamente per la sua attenta vigilanza!), sonnecchiava il sonno dei giusti!

Ora, aldilà di tutte le considerazioni che saranno fatte nelle opportune sedi, specie – ci auguriamo – quelle giudiziarie, una domanda di semplice buonsenso la possiamo porre fin da ora:

come è possibile che un quotidiano di questo prestigio e lustro, vanto di Confindustria, possa avere avuto un tracollo del 50,38% delle vendite nell’arco di un anno, seppure in tempi di crisi editoriale diffusa?!?

In realtà ci sono soltanto due ipotesi plausibili:

► il dato del gennaio 2017 è corretto, ma non è corretto quello del 2016 e per questa ipotesi propendono i P.M. di Milano che vogliono vederci chiaro su tutta un serie di reati ipotizzati;

► i due dati sono corretti ed allora la crisi delle vendite del quotidiano è drammatica ed inspiegabile, forse frutto di congiunture astrali avverse.

Con un semplice pizzico di buonsenso e senza necessariamente essere esperti di economia e/o finanza, qual’è l’ipotesi che vi convince di più?!?

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