Banca(rotta)I risultati a tutti i costi: UBI e il comunicato sindacale del 3 aprile sulle indebite pressioni commerciali in epoca di Mifid

C'è oramai una parola che fa da padrona in ambito bancario: "budget" (traducibile in italiano come bilancio previsionale), intendendo - in via semplificativa - con tale espressione la ricerca dei r...

C’è oramai una parola che fa da padrona in ambito bancario: “budget” (traducibile in italiano come bilancio previsionale), intendendo – in via semplificativa – con tale espressione la ricerca dei risultati (=cassa ed utili) a tutti i costi, da conseguire in vari orizzonti temporali.

Facciamo un banalissimo esempio per essere sommamente chiari: all’agenzia di una banca viene richiesto di “produrre” almeno 10 mutui nuovi, 50 nuovi conti correnti e 10 polizze assicurative nel trimestre in corso. Questo è il “budget” assegnato all’agenzia. L’insieme di tutti i budgets assegnati alle varie agenzie della banca concorre a formare il budget della banca e, in definitiva, la “politica commerciale” della banca stessa.

In via teorica non ci sarebbe nulla di male preventivare lo sviluppo del business aziendale, se non fosse che la banca è una “azienda” un po’ particolare:

la banca, infatti, si dovrebbe astenere dal “guidare” i bisogni dei clienti (credito, strumenti finanziari, etc.), bensì dovrebbe essere pronta a soddisfare le esigenze dei clienti che si rivolgono ad essa.
E’ utopia? No, è semplicemente il senso di una legge nazionale, in vigore già da molti anni, in conseguenza di una normativa comunitaria.

La direttiva dell’Unione Europea 2004/39/CE (conosciuta anche come direttiva MiFID, ove MiFID è acronimo di Markets in Financial Instruments Directive) è un atto normativo emanato, infatti, dal Parlamento Europeo il 21 aprile 2007, recepito con il D. Lgs. 17 settembre 2007 n. 164, in vigore dal 1° novembre 2007, che ha introdotto numerose e importanti modifiche al c.d. Testo Unico della Finanza (D. Lgs. n. 58/1998 – TUF).

Piccola nota tecnica: qui di seguito poco importa se tale normativa abbia subito una modifica ad opera della direttiva 2014/65/UE (c.d. MiFID II), perché i principi di fondo della normativa precedente sono rimasti confermati e, anzi, rafforzati nella nuova versione.

Tornando, quindi, alla questione di interesse, uno dei cardini principali della MiFID è la volontà del legislatore di normare meglio alcuni aspetti della pratica bancaria al fine di conseguire una più efficace “salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario“, “tutela degli investitori” e “stabilità e buon funzionamento del sistema finanziario” (art. 2, c. 1 del D. Lgs. 164/2007).

Per fare ciò il legislatore ha espressamente previsto degli obblighi in capo agli intermediari finanziari in ordine, fra le altre cose, ai seguenti punti:

a) trasparenza, ivi inclusi:
1) gli obblighi informativi nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento, nonché della gestione collettiva del risparmio, con particolare riferimento al grado di rischiosità di ciascun tipo specifico di prodotto finanziario e delle gestioni di portafogli offerti, all’impresa e ai servizi prestati, alla salvaguardia degli strumenti finanziari o delle disponibilità liquide detenuti dall’impresa, ai costi, agli incentivi e alle strategie di esecuzione degli ordini; 2) le modalità e i criteri da adottare nella diffusione di comunicazioni pubblicitarie e promozionali e di ricerche in materia di investimenti; 3) gli obblighi di comunicazione ai clienti relativi all’esecuzione degli ordini, alla gestione di portafogli, alle operazioni con passività potenziali e ai rendiconti di strumenti finanziari o delle disponibilità liquide dei clienti detenuti dall’impresa;
b) correttezza dei comportamenti, ivi inclusi:
1) gli obblighi di acquisizione di informazioni dai clienti o dai potenziali clienti ai fini della valutazione di adeguatezza o di appropriatezza delle operazioni o dei servizi forniti; 2) le misure per eseguire gli ordini alle condizioni più favorevoli per i clienti; 3) gli obblighi in materia di gestione degli ordini; 4) l’obbligo di assicurare che la gestione di portafogli si svolga con modalità aderenti alle specifiche esigenze dei singoli investitori e che quella su base collettiva avvenga nel rispetto degli obiettivi di investimento dell’OICR; 5) le condizioni alle quali possono essere corrisposti o percepiti incentivi.
(art. 2, c. 2 del D. Lgs. 164/2007)

La domanda fondamentale è: come si può conciliare questa giusta normativa di tutela degli interessi del risparmiatore/investitore con la necessità (attualmente pressante) di fare cassa ed utile da parte della quasi totalità delle banche?

Sicuramente è molto difficile ed è sempre ben presente ed attuale il rischio di “piegare” la normativa da parte delle banche a vantaggio delle proprie necessità operative, rispettando, forse, la forma prescritta dalla legge, ma in buona sostanza eludendo gli scopi ultimi della normativa, come sopra riportati.

Una conferma quasi giornaliera di quanto sopra viene dai vari comunicati delle organizzazioni sindacali dei bancari, in cui si lamenta da parte degli organi apicali delle varie banche una indebita “pressione commerciale” sugli operatori al fine di conseguire risultati (fare cassa ed utili) a tutti i costi, come ben sanno, ad es., i risparmiatori coinvolti nella risoluzione delle quattro banche nel novembre 2015, avendo provato sulla propria pelle gli esiti di tale “politiche di vendita”.

Significativo è andare a consultare un comunicato molto recente (del 3 aprile scorso) a firma congiunta di tutti i sindacati in merito alla banca UBI, proprio quella banca che sta perfezionando in questo periodo l’acquisizione di 3 delle banche risolte.

Il comunicato sindacale è qui consultabile ed esordisce in una maniera che, chi non fosse aduso alla prassi bancaria, troverebbe raccapricciante. Riteniamo utile riportare l’incipit di tale documento:

«Valete meno dei mobili dell’Ikea» oppure «la valutazione della prestazione non può che essere determinata dalla performance» sono solo un esempio delle dichiarazioni espresse da alcuni Direttori Territoriali che dimostrano come sull’argomento Politiche commerciali la banca sembra essere tornata all’ANNO ZERO.

Ricordiamo che è la stessa Banca (UBI) che, sempre secondo le parole dei sindacati, denota un comportamento a dir poco “schizofrenico”. Infatti:

Da una parte ci sono le dichiarazioni del Gruppo sui “Valori” e sul “Fare banca per bene” – ormai un mantra – dall’altra si registrano comportamenti individuali, ma diffusi, volti a perseguire impossibili risultati commerciali (normalmente stabiliti a tavolino senza tenere conto delle effettive potenzialità delle diverse piazze), definiti dagli stessi vertici. Qualcosa non torna…

Ora, rimandando il lettore alla valutazione personale di tutto il comunicato in questione, ci limitiamo a dire che c’è più qualcosa che non torna: forse (quasi) tutto non torna!

Laddove una qualsiasi banca pensa esclusivamente a fare utile ed al proprio tornaconto, come può avere a cuore gli interessi della controparte, cliente, risparmiatore o investitore che sia?

Il lettore attento si è accorto come parole quali “morale” od “etica” sia ultimamente del tutto scomparse, anche dalla normativa settoriale, a favore di parole altisonanti, ma difficilmente declinabili, come “fiducia”, “tutela”, etc.? Qualcosa questo vorrà pur dire!

Perché se un operatore bancario adotta un approccio etico alla sua professione, sicuramente si rifiuterà di piazzare obbligazioni rischiose ad un risparmiatore anziano e poco esperto ovvero non venderà quella polizza assicurativa infarcita di derivati a chi gli richiede in buona fede di investire i soldi della liquidazione, pur se la remunerazione di tali prodotti per la banca è molto alta.

Non ci sarebbe neanche bisogno di scomodare una normativa comunitaria, ma semplicemente la buona educazione che avremmo dovuto ricevere in famiglia di “fare agli altri quello che vorremmo ricevere“.

Se, peraltro, l’operatore bancario si mettesse in un’ottica di rispetto formale della legge, potrà sempre trovare il modo di “piegare” il testo normativo al suo tornaconto, per cui, ad es., farà firmare all’ignaro cliente una sottoscrizione di essere un operatore qualificato in materia (fra i mille fogli che gli farà firmare) e gli “appiopperà” uno strumento finanziario super-rischioso, contando di essere a posto con le prescrizioni della legge in forza di quel foglio sottoscritto.

Forse – e sottolineiamo il “forse” in virtù delle attuali indagini di varie procure in materia – il rispetto formale della legge potrebbe essere assicurato, ma vorremmo proporre una semplicissima domanda a tale professionista bancario:

l’operatore che avesse così operato ed i vertici bancari che lo avessero messo nelle condizioni di così operare sarebbero a posto con il senso etico della propria vita, professionale e non solo?!?

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