Banca(rotta)La Relazione Annuale sul 2016 di Visco (Banca d’Italia)? Tutto va bene, madama la marchesa: tutto va bene, va tutto bene…!!!

Prendiamo le mosse dall'evento istituzionale di questa mattina, ovverosia la lettura da parte del Governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco delle Considerazioni finali in occasione della presenta...

Prendiamo le mosse dall’evento istituzionale di questa mattina, ovverosia la lettura da parte del Governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco delle Considerazioni finali in occasione della presentazione della Relazione Annuale sul 2016 (documento liberamente scaricabile al seguente indirizzo), per andare a verificare quale sia l’opinione di Via Nazionale sullo stato attuale in cui versa il sistema bancario italiano.

Detto incidentalmente che sarebbe utile al lettore andarsi a rivedere un precedente post di metà dicembre scorso dal titolo Banca d’Italia ed il vizio inveterato di mistificare la realtà: “le banche italiane non fronteggiano una crisi sistemica”, vorremmo qui di seguito concentrare l’attenzione su alcune considerazioni del Governatore in carica per cercare di comprendere se e come l’Organo di Vigilanza abbia cominciato o meno a fare finalmente un po’ di sana autocritica, se non addirittura un mea culpa – sarebbe troppo augurarselo?!? -, sulla modalità con la quale ha gestito la situazione negli ultimi anni.

Diciamo subito, per non creare false aspettative, che di ripensamenti seppur lievi sulla propria azione non troviamo neanche la minima ombra nel discorso di Visco, che, anzi, difende e rivendica orgogliosamente l’incisività e la giustezza di tutto il suo operato.

Vediamo, quindi, più nel dettaglio cosa afferma il Governatore, andando ad analizzare alcuni passi salienti del suo dissertare.

Prendendo in considerazione il passaggio su “Gli anni della crisi“, Visco afferma testualmente che:

Non tempestiva e adeguata è stata la risposta alla crisi dei debiti sovrani avviatasi nell’area dell’euro nel 2010, dopo che era emersa la reale situazione dei conti pubblici in Grecia. Al ritardo ha contribuito l’incompletezza della costruzione europea, priva di istituzioni per la gestione di crisi finanziarie degli Stati membri.
Preoccupazioni per la tenuta delle economie segnate da squilibri nei sistemi bancari, nei conti con l’estero e in quelli pubblici provocavano forti turbolenze sui mercati. Le condizioni di finanziamento divenivano proibitive per l’Irlanda e per il Portogallo che, come già aveva fatto la Grecia, chiedevano programmi di sostegno finanziario nell’autunno del 2010 e nella primavera del 2011. Le tensioni investivano poi l’Italia e la Spagna con eccezionali incrementi dei differenziali di rendimento delle obbligazioni pubbliche rispetto a quelle tedesche. Le difficoltà sul mercato dei titoli di Stato si estendevano alle banche, il cui merito di credito veniva assimilato a quello dei rispettivi paesi; la conseguente restrizione dell’offerta di credito contribuiva all’avvio di una nuova fase recessiva; emergevano timori di reversibilità della moneta unica.
(…)
In Italia le condizioni macroeconomiche si deterioravano rapidamente, ben oltre le proiezioni nostre e dei principali organismi internazionali. Per il biennio 2012-13, a gennaio del 2012 prevedevamo un calo del prodotto dell’1,5 per cento (dello 0,4 in uno scenario meno sfavorevole); in estate la stima della riduzione passava al 2,2 per cento; a consuntivo si registrava una diminuzione del 4,5 per cento.

E qui, se non altro per onestà intellettuale, ci saremmo aspettati che il Governatore spendesse due parole in più sul fatto che Banca d’Italia, al pari di altri autorevoli organismi internazionali, non avessero decisamente capito nulla sulla crisi in corso, tanto che le loro aspettative si erano rilevate sbagliate per vari multipli.

Senza stare troppo a sviluppare ragionamenti sofistici sull’autorevolezza di tali “previsioni”, l’unica nostra preoccupazione è un’altra:

chi ci dice che le attuali previsioni della Banca d’Italia sulla “ripresina” del sistema Italia non valgano tanto quanto le precedenti “proiezioni per il biennio 2012-2013“?!?

Peraltro la parte più interessante del discorso di Visco è quella relativa a “I crediti deteriorati“, in cui il Governatore dà sicuramente il meglio di sé.

Vediamo un primo passaggio molto interessante:

Gli effetti della crisi non potevano non riflettersi sui bilanci delle banche. Tra il 2007 e il 2015 l’incidenza sugli impieghi bancari dei crediti in sofferenza (le esposizioni, cioè, nei confronti di debitori insolventi) è più che triplicata, raggiungendo un livello comunque inferiore al picco della metà degli anni Novanta. Le difficoltà degli intermediari sono state acuite, in diversi casi, da comportamenti fraudolenti e scelte imprudenti nell’erogazione dei prestiti.

Traduzione libera dal “vischese” all’italiano corrente:

“c’era la crisi e nessuno poteva prevedere che sarebbe stata così grave. Se, poi, a ciò si somma che diverse banche “mariuole” hanno tenuto condotte imprudenti o, peggio, fraudolente nel prestare soldi, che poteva fare la povera Banca d’Italia?!?”

E ce n’è anche per gli organi di informazione, “rei” di distorcere la realtà dei fatti:

Alla fine dello scorso anno i crediti deteriorati delle banche italiane, iscritti nei bilanci al netto delle rettifiche di valore, erano pari a 173 miliardi, il 9,4 per cento dei prestiti complessivi. L’ammontare di circa 350 miliardi, spesso citato sulla stampa, si riferisce al valore nominale delle esposizioni e non tiene conto delle perdite già contabilizzate nei bilanci; esso non è pertanto indicativo dell’effettivo rischio che grava sulle banche.

Quindi citare o riportare l’ammontare lordo è “fuorviante”, visto che le perdite sono già coperte in buona parte dalle rettifiche sulle esposizioni, dice il Governatore, come se le perdite già coperte non continuassero ad essere perdite… strana logica!!

Prosegue Visco nella suo discorso aggiungendo che:

Alla fine del 2011 le sofferenze nette delle banche italiane erano pari al 2,9 per cento del totale dei prestiti. Un intervento “di sistema” sui crediti deteriorati, con un importante contributo pubblico sulla falsariga di quanto era avvenuto in altri paesi, non appariva giustificato, né possibile. L’aumento delle sofferenze non era concentrato in uno specifico settore dell’economia; le previsioni macroeconomiche formulate nel corso del 2012 erano ben più favorevoli dei risultati poi conseguiti. Con l’acuirsi delle tensioni sul mercato dei debiti sovrani, un intervento dello Stato sui crediti deteriorati non appariva compatibile con le condizioni di finanza pubblica.
La situazione è rapidamente cambiata negli anni immediatamente successivi. La crisi economica si è protratta e accentuata ben oltre le previsioni; il conseguente aumento dei fallimenti d’impresa e della disoccupazione ha alimentato la crescita delle sofferenze nette, che raggiungevano il 4,8 per cento dei crediti nel 2015. Il rientro delle tensioni sul mercato dei titoli di Stato, avviatosi dalla seconda metà del 2012, si consolidava nel corso del 2013, rendendo a quel punto auspicabile la costituzione di una società di gestione degli attivi bancari deteriorati con supporto pubblico, ipotesi che noi abbiamo attivamente sostenuto. La realizzazione dell’intervento è stata tuttavia impedita dagli orientamenti in materia di aiuti di Stato assunti dalla Commissione europea a metà del 2013.

Quindi, secondo un ragionamento tutt’altro che lineare, il Governatore della Banca d’Italia, in un “vischese” piuttosto contorto riconosce che:

► quando gli altri Paesi aiutavano sistematicamente con fondi pubblici le proprie banche (ben prima della fine del 2011), noi non ne avevamo bisogno, quindi tale intervento sarebbe stato inutile;

► quando alla fine del 2012 (cioè solo un anno dopo) ed inizio 2013, sarebbe stata necessaria la costituzione di una società pubblica di gestione per gli N.P.L., la finanza pubblica non lo permetteva e, sopratutto, quei “cattivoni” della Commissione Europea avevano già varato (all’insaputa di tutti, Italia compresa?!?) una serie di normative che vietavano gli aiuti di Stato.

Conseguenza di un tale argomentare è che:

► o le Autorità (Banca d’Italia compresa) non avevano compreso bene il fenomeno in atto sul deterioramento dei crediti delle banche e, quindi, dimostrarono all’epoca scarsa acutezza e dubbia professionalità;

► o i nostri tutto sapevano, ma si feceroe “fregare” dai colleghi europei che, dopo avere fatto i loro comodi in casa propria, negarono all’Italia un’analoga possibilità, cosa che dimostrerebbe una dabbenaggine di non poco conto delle nostre Autorità.

Nell’una o nell’altra ipotesi (tertium non datur!) Banca d’Italia e compagni di viaggio vari non ci fanno proprio una bella figura!

In ogni caso il Governatore Visco, glissando su quanto sopra, riesce a formulare un’ulteriore perla di saggezza che, alla luce della risoluzione delle quattro “banchette” del novembre 2015, dovrebbe stupire davvero tutti. Afferma, infatti, il nostro che:

Nei mesi scorsi, anche a seguito delle proposte elaborate da istituzioni europee, si è tornati a discutere di una tale iniziativa. Siamo ancora convinti che sarebbe una misura potenzialmente utile, a condizione che il prezzo di trasferimento degli attivi non sia distante dal loro reale valore economico, che l’adesione allo schema da parte degli intermediari avvenga su base volontaria, che le caratteristiche dei piani di ristrutturazione delle banche partecipanti siano ben definite ex ante. Va al più presto chiarito se vi è un’effettiva determinazione a proseguire su questa strada: l’incertezza rallenta la definizione delle transazioni in corso, scoraggia quelle che potrebbero realizzarsi nei prossimi mesi.

Quindi la cessione dei crediti dovrebbe essere “non distante dal loro reale valore economico“. Benissimo, ma allora ci dica cortesemente signor Governatore:

a quanto sono stati valutati i crediti deteriorati delle quattro banche risolte durante la cessione alla Società creata ad hoc per la loro vendita? Chi gestiva tale Società? E, sopratutto, chi ha valorizzato tali crediti ad una percentuale irrisoriamente bassa?!?

Una ultima “chicca” finale del Governatore allorché parla de “L’azione di vigilanza e le sfide per le banche“:

La nostra attività di controllo si è svolta in una fase concitata di mutamento della normativa internazionale ed europea. Soprattutto, la definizione di un nuovo sistema di gestione delle crisi bancarie e, prima ancora, l’interpretazione restrittiva della disciplina degli aiuti di Stato hanno segnato, come ho più volte osservato, una brusca cesura. In una congiuntura sfavorevole sono stati sottovalutati i rischi della transizione. Nell’applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria. Nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo, gli interventi delle autorità devono essere volti a preservare il valore dell’attività bancaria, a vantaggio dei risparmiatori e delle imprese affidate. Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito.

A fronte di tale affermazione sorge spontanea una domanda finale, che ben volentieri rivolgiamo al Governatore Visco:

cosa ha fatto e che ruolo ha svolto Banca d’Italia per non “intaccare la fiducia nelle banche” dei risparmiatori nelle vicende che hanno portato al commissariamento prima ed alla infausta “risoluzione” poi delle quattro “banchette”, spudoratamente usate come “cavie” per testare la normativa sul bail-in?!?

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