#TsurezuregusaNord Corea: Megumi e gli altri giapponesi (e non) rapiti dalle spie dei Kim

L’ha citata anche Donald Trump durante il suo primo discorso tenuto all’Onu parlando del pericolo nord coreano. Lei è Megumi Yokota, una ragazzina giapponese rapita all’età di 13 anni, forse per sb...

L’ha citata anche Donald Trump durante il suo primo discorso tenuto all’Onu parlando del pericolo nord coreano. Lei è Megumi Yokota, una ragazzina giapponese rapita all’età di 13 anni, forse per sbaglio, nel lontano 1977 a Niigata, sonnolenta cittadina di provincia nel nord ovest del Giappone dalle spie nordcoreane di Kim Jong-il. Data la giovane età e la risonanza che la storia ha avuto in Giappone, Megumi è diventata, suo malgrado, il simbolo di una tragedia che ha coinvolto decine e decine di vite: quella dei rapimenti di cittadini giapponesi (e non solo) da parte delle spie nordocoreane. La sua storia è oggi un libro Megumi – Storia di rapimenti e spie della Crea del Nord firmato da Antonio Moscatello e appena uscita in libreria per Rogiosi Editore. Moscatello, giornalista dell’agenzia di stampa Askanews, Laureato all’Orientale di Napoli in lingua e letteratura giapponese, ha vissuto in Giappone per alcuni anni, dove ha lavorato come corrispondente per testate italiane. Il libro raccoglie in modo organico le inchieste che Moscatello ha portato avanti sulle storie dei rapimenti da parte della Nord Corea, ripercorrendo lo sviluppo della vicenda di Megumi dal quel lontano 1977 fino ai giorni nostri e legando in modo magistrale storia mondiale e biografia personale delle vittime. Il filo rosso che racconta la sorte di Megumi si intreccia con le storie di altri uomini e donne rimasti incastrati negli ingranaggi del potere e nei meccanismi perversi della Guerra Fredda. Vite all’apparenza normali ma che finirono col mescolarsi con quelle di spie, attentati e disertori americani riparati in Nord Corea.

Moscatello, perché ha deciso di scrivere Megumi? Questo libro arriva dopo una lunga gestazione, maturata nel tempo. Ho iniziato a interessarmi alla storia dei rapimenti di cittadini giapponesi da parte di spie nordcoreane nel 2002. A scatenare il mio interesse fu la visita del premier Koizumi a Pyongyang, dove vi si recò per cercare di trovare un accordo col governo nordcoreano sulle sorti dei cittadini giapponesi tenuti in Nord Corea contro la loro volontà. L’episodio viene anche descritto nel libro. L’idea di mettere nero su bianco la mia ricerca è nata però nel 2012, quando ho fatto la mia prima inchiesta per Askanews, una serie di interviste a politici, poliziotti e personaggi che hanno avuto a direttamente che fare con questo caso. In questa occasione ho intervistato anche i genitori di Megumi. A un certo punto, visti anche gli sviluppi della situazione Nord Coreana, ho deciso di mettere tutto nero su bianco, raccontando le storie delle persone rapite, inserite però in un contesto più ampio. Conoscere la cornice storico-politica è fondamentale per capire cosa, come e perché queste persone siano rimaste vittima non solo della Nord Corea ma di ingranaggi molto più grandi e complessi che hanno a che vedere con la storia mondiale e la Guerra Fredda.

In uno dei primi capitoli del suo libro lei spiega, infatti, come si è arrivati alla situazione in cui ci troviamo oggi… Sì, è difficile raccontare in poche parole come si è arrivati al punto in cui siamo oggi. La situazione in cui ci troviamo nasce durante la Guerra di Corea (1950 – 1953), in piena Guerra Fredda. Fu in questo periodo che si creò l’embrione di quella che diventerà la Corea del Nord di oggi. L’ossessione nucleare di Pyongyang nasce come risposta a una minaccia diretta da parte degli Stati Uniti di spazzare via il Nord. Il governo Nord Coreano punta sul nucleare perché, secondo loro, è l’unico modo per mantenere la sovranità territoriale. A rendere ancor più grave la situazione, inoltre, c’era stata già la sciagurata suddivisione in due della penisola coreana. Una frattura che ha solo ulteriormente destabilizzato un’area geopolitica già fragile, con la Corea considerata spesso mera merce di scambio tra superpotenze.

Chi ha aiutato la Nord Corea a sviluppare le armi nucleari? Sebbene tutti abbiamo un’idea chiara di come siano andate le cose, è difficile fare nomi con certezza perché durante guerra fredda le posizioni dei vari paesi, compresa la Cina e la stessa Nord Corea, sono cambiate nel tempo. Pyongyang ha fatto spesso il doppio gioco, anche con l’URSS e la Cina, inquinando ancora di più le acque dei rapporti internazionali. Sicuramente alcuni scienziati pakistani hanno aiutato i nordcoreani a sviluppare le armi nucleari. C’è poi da valutare e chiarire il rapporto con l’Iran. Si tratta però di idee, di ipotesi, illazioni, perché in Nord Corea non ci si può andare, se non sotto stretta sorveglianza, quindi non è possibile avere prove concrete di nulla.

Nel suo libro lei cerca di scardinare un luogo comune, ovvero che quella dei Kim sia una dinastia di pazzi furiosi. Lei sostiene che così facendo finiamo col capirci sempre meno. Sì, si tratta di un punto a cui tengo molto. In Occidente abbiamo l’abitudine di trattare i leader nord coreani come malati mentali. Non a caso la semantica che utilizziamo per descriverli si rifà spesso alla terminologia psichiatrica. Gli unici tra i leader mondiali occidentali a capire davvero che dietro a apparenti follie esisteva una strategia sono stati apparentemente Bill Clinton e i suoi collaboratori. L’ex presidente degli Stati Uniti Clinton, con il suo Segretario di Stato Albright, hanno provato a instaurare un dialogo con la Nord Corea. Fecero passi da giganti, fino ad accordarsi in modo informale sulla soluzione maggiori problemi che affliggevano la penisola e regolavano i rapporto con l’Occidente. In quell’occasione mancò la forza di passare dal trattato informale a una formalizzazione ufficiale degli accordi: fu un’occasione persa per tutti. Sicuramente continuare a trattare oggi in modo grottesco la situazione nord coreana e i suoi leader non fa che peggiorare la situazione. Il fatto che la Corea si senta minacciata ha fatto sì che nascesse la Chuch’e (o Juche), un’ideologia di stato che ha alla sua base il concetto di autosufficienza. Si tratta di un’ideologia sviluppatasi in un momento storico particolare. Se ci pensiamo bene, durante la Guerra Fredda, mentre l’URSS si ritagliava la posizione di leader dei paesi comunisti, in Corea del Nord si diffondeva una filosofia altamente nazionalista. E anche in questo caso i motivi sono tutti storici, precisi e molto chiari.

Ed è facile supporre che hanno a che vedere anche col rapporto tra la Nord Corea e il Giappone… La Nord Corea ha subito una colonizzazione giapponese forzata. Nel trentennio di dominazione giapponese della Corea è stata assorbita in chiave nordcoreana l’idea di kokutai, letteralmente “corpo dello stato”. In un certo senso la Chuch’e è una versione estremizzata e del tutto peculiare dell’idea di kokutai, nella quale il leader dittatore diventa l’incarnazione fisica, il corpo dello stato stesso che viene venerato anche attraverso i pellegrinaggi nei luoghi cari al leader. Va ricordato, comunque, che anche durante la Guerra di Corea ci sono stati casi di rapimenti anche di cittadini sud coreani e di diverse altre nazionalità.