Il CorsivistaLe fake news non sono il problema

I proclami dalla Leopolda, accompagnati da un disegno di legge firmato Pd, per quanto parzialmente condivisibili, rischiano rivelarsi totalmente inefficaci nella lotta alle fake news. È evidente c...

I proclami dalla Leopolda, accompagnati da un disegno di legge firmato Pd, per quanto parzialmente condivisibili, rischiano rivelarsi totalmente inefficaci nella lotta alle fake news.

È evidente che il problema vada affrontato. Ma è sbagliato attribuire ai tempi nostri un fenomeno che è sempre esistito e che di diverso aveva tutt’al più la dicitura in italiano, la cosidetta “bufala”.

Al contrario, le fake news sono sempre esistite ed hanno sempre avuto una ragione per esistere. Si pensi a Tito Livio che, per glorificare Roma, descrive Muzio Scevola intento ad autopunirsi, ponendo la mano su un braciere ardente, senza fare una piega. Oppure alla notizia sulle armi di distruzione di massa che è servita a giustificare l’invasione dell’Iraq. O ancora, si prenda il falso storico sulle fosse comuni di Ceausescu, che provocò lo sdegno della popolazione e il conseguente colpo di stato. Di esempi come questi ce ne sono moltissimi. Eppure sembra che la diffusione di false notizie appartenga solo all’epoca contemporanea.

Certamente, il sopravvento fagocitante dei socialnetwork rende la tematica più attuale e pervasiva. Perché accanto ai vari organi di stampa, che si organizzano per sopravvivervi, spesso fabbricando titolazioni ammiccanti e poco pertinenti, si riproduce il virus del chiacchiericcio da bar, che con internet amplifica la sua eco a colpi di share e like e spesso produce un riverbero di contenuti insulsi e diffamatori. Una delle ultime perle dell’informazione post-veritiera, ad esempio, fotografa Maria Elena Boschi e Laura Boldrini ai funerali del boss di Cosa Nostra, Totò Riina.

Cosa spinga i confezionatori di certe notizie ad impiegare tempo per questo genere di prodotto editoriale è ben comprensibile, dato che ogni click su quella foto/pagina/articolo, genera traffico, che genera denaro. Meno comprensibile è la motivazione che spinge alcuni a credere o a voler credere, che quegli stessi prodotti editoriali corrispondano ad un fatto realmente accaduto.

La foto in questione ha avuto migliaia di condivisioni, con relativi commenti a supporto, dai quali si palesa- stagliante- un fastidioso ritratto di una certa società italiana.

Un pezzo di Paese privo di quel pizzico (non ce ne vuole poi tanto) di senso critico utile a scindere una notizia vera da una bufala.

L’impressione è che la vera questione non siano tanto le fake news in sé, ma la mancanza di ragione in “me”. Semplificando, ma non di molto, sappiamo che il senso critico è un pensiero che si sviluppa con lo studio e la conoscienza e non è un caso che l’Italia, come riportato nell’ultimo rapporto Ocse “Uno sguardo sull’istruzione 2017” abbia una media percentuale di laureati di gran lunga inferiore alla media degli altri Paesi Ocse. Solo il Messico sembra fare peggio. Questo per dire, in sostanza, che il fenomeno delle fake news è una diretta conseguenza di un’impreparazione a contrastarlo.

Ora, come si diceva all’inizio, c’è chi promette una legge contro questo tipo di notizie. Ed è evidente che questo sarà uno dei temi su cui si giocherà la campagna elettorale per le elezioni del 2018. Del resto affrontare il problema alla radice non conviene: in campagna elettorale il tema dell’istruzione appassiona poco e niente, anche perché tutti sono complici e nessuno è colpevole dell’affossamento del livello culturale. Contro chi vai a puntare il dito? È più facile incolpare un “anonimo” tizio di Afragola, che tramite 19 siti internet fabbrica bufale acchiappa-click. Però -diciamocelo chiaramente- non si può biasimare un imprenditore che ad una domanda di mercato fornisce l’offerta.

La sfida vera non è combattere le bufale (che pur avendo gambe corte hanno vita troppo lunga), ma mutare la percezione di chi ne fruisce i contenuti, annullare quella domanda (seppur implicita) di mercato.

Inoltre siamo sicuri che un disegno di legge, come quello scritto da Zanda-FIlippin contro le fake news centri il problema? Leggendo il testo, si capisce che la valutazione sulle sanzioni relative ai contenuti illeciti saranno demandati ai gestori delle piattaforme, che così vanno a sostituire le competenze del giudice e in qualche modo potrebbero mettere a rischio la libertà di espressione.

Sembra una buona notizia invece, l’inserimento nella Manovra di un credito d’imposta per gli esercenti di librerie indipendenti, quelle piccole realtà di quartiere, che possono ancora fare cultura. Perciò speriamo che, almeno questa, non sia una fake news.

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