ApotropaicoQuale futuro per le startup?

In un mondo di concorrenza imperfetta, altamente imperfetta, i più piccoli soccombono di fronte agli oligopoli tollerati. Astri nascenti che non vedranno mai la luce a causa di soliti noti big d...


In un mondo di concorrenza imperfetta, altamente imperfetta, i più piccoli soccombono di fronte agli oligopoli tollerati. Astri nascenti che non vedranno mai la luce a causa di soliti noti big del mercato. Che futuro per le prossime fertili idee? E poi, perchè mai nella partita devono rimanere sempre i soliti noti?


Chi, cosa, come. Se si pensa ad una startup il primo collegamento che compare nella nostra mente è innovazione. Un concetto inflazionato, oggi, talmente che pochi sanno bene cosa voglia dire innovare veramente. Il termine disruption ci viene in soccorso: una sorta di innovazione, nei libroni di macroeconomia chiamata drastica, che soppianta un processo, un prodotto, un servizio rendendolo totalmente obsoleto. Un esempio per tutti: la lampadina ha soppiantato le candele; il cellulare le cabine telefoniche; i programmi di gossip il pensiero critico. Nella cara vecchia America, specificatamente nel paradiso degli innovatori: la Silicon Valley questo era un semi dogma al quale tutti prestavano giuramento. Mercato fluido, dinamico, una giungla dalla quale districarsi ogni ora, una buona idea e oplà piovevano milioni. Come tutte le belle cose finiscono: l’economia, ricordatevelo sempre, è una parabola con il coefficiente a minore di zero; ovvero che tutte prima o poi falliscono. Difatti non ci sono più così tante startup nascenti, frizzanti, che hanno fatto “il botto”; anzi, nessuna. Mi chiedo quale sia stato un degno processo di innovazione drastica meritevole di nota. Torno a ripetere: nessuno. Nonostante i tragici sforzi delle città europee nella corsa all’arrembaggio per aggiudicarsi le startup purtroppo non è da stupidi pensare che questo fenomeno sia finito. È vero: differenti mercati danno differenti opportunità; differenti contesti hanno differenti tempi di digestione ma quando un processo, soprattutto tecnologico, soprattutto nel 2017, è finito, è finito.

Realtà. Una prova sul campo: Y Combinator, padre di Dropbox e Airbnb. Non ha portato alla luce niente di eclatante come le aziende appena citate da quasi tre anni. Nonostante gli sforzi, nessun successo come le primogenite.Gli economisti quindi identificano alcuni motivi di questa crisi, che ormai è un canto del cigno:

1- Non c’è più poi così tanto da innovare: certo, il teletrasporto e altre cose futuristiche fanno gola ma è bene calcolare il rapporto tra: personale preparato per studiare il fenomeno, soldi da investire in tale progetto (a fondo perduto), tempo e applicabilità della cosa una volta scoperta. Balza subito all’occhio come questi valori non siano esattamente insignificanti, in termini numerici.

2- I cari big, citati all’inizio, sono talmente penetrati nella società che nessuno potrà mai scardinarli dalle loro poltrone. Certo, si potrebbe sperare in un management folle, ma è una timida speranza. Pensiamo a Microsoft: leader in tutta una serie di prodotti ma più di tutti quelli lato server. Non esiste programma rivale e non esiste suite che possa tenere testa a Microsoft server 2016. È un monopolio puro, senza brevetto tra l’altro. Un caso più unico che raro nel mercato in sostanza sia per quantità che per qualità del contenuto. Secondo passaggio: siamo nell’era di internet e il web, per qualsiasi cosa, su cosa si basa? Su server, che vanno gestiti.

3- Il potere di questi colossi ormai ha raggiunto cifre talmente alte che nessuno può anche solo sognare di raggiungerle. Una potenza di fuoco insomma che proprio per auto alimentarsi investe quasi tutto quello che ha in innovazione, per se stessa. Un dato: solo nel primo trimestre 2017 Google ha investito più di 887 miliardi di dollari in innovazione hardware per le sue apparecchiature in giro per il mondo. La domanda è chiara: quanto potrebbe impiegarci una azienda, seppur grande, a fatturare una cifra tale da permettere 887 mld di dollari di investimenti?

4- Sostanzialmente, come detto prima, le innovazioni sono terminate. Se nel 2008-2010 era “cool” dire: “creo un’aziendina a costi zero che sviluppi un piccolo software e che cresca in base all’utilizzo inconsapevole” oggi non è più così. Oggi i grandi canali di sviluppo tecnologico sono diventati complessi e costosi e, soprattutto, già occupati. Richiedono equipe, impianti di vendita già consolidati, gente preparata, soldi, laboratori e stanze di ricerca, altri soldi, possibilità di non vedere risultati anche nel lungo periodo, ancora altri soldi.

Vi sono due tipi di aziende: quelle che cambiano e quelle che scompaiono.
Philip Kotler

E quindi? Nell’orizzonte delle innovazioni rimangono solo: l’intelligenza artificiale, l’evoluzione di cellulari sempre più a misura d’uomo, fintech, software predittivi, auto autosufficienti, computer sempre più potenti, macchine a tutela dell’ambiente etc. Tutte cose belle, per carità, ma che richiedono un quantitativo così alto di investimento che il caro studente, nel garage di casa sua – amen a Jobs – non potrà mai più fare. È sostanzialmente un circolo vizioso indotto, controllato. Una dittatura ormai legata ad un capitalismo che viaggia per fibre ottiche.

Piacevolezze. Qui uno studio nutrito del 2016 che spiega l’automatizzazione che uccide il lavoro poco specializzato. Quello che il mercato sarà obbligato a digerire nel momento in cui ci saranno persone “a spasso” per mancanza di specializzazione. Anche le startup non rinunciano al taglio costi, anzi, sono le prime a virare verso questa direzione. Immaginate ora la somma tra i seguenti addendi: mancanza di startup floride, personale poco qualificato sempre più a rischio licenziamento, mercato controllato, poca effettiva elasticità [intesa come ε]. Auguri a tutti!

#Chefuturo!