Vizio di formaDark Night

«Quando c’è il nulla che ti coinvolge, c’è il nulla che ti muove». Lo diceva Friedrich Nietzsche, oltre un secolo fa, ma l’animo umano ama ripetersi, replicare anche i suoi moti maggiormente distru...

«Quando c’è il nulla che ti coinvolge, c’è il nulla che ti muove». Lo diceva Friedrich Nietzsche, oltre un secolo fa, ma l’animo umano ama ripetersi, replicare anche i suoi moti maggiormente distruttivi e autodistruttivi, generati da un’angoscia, insondabile, che azzera ogni punto di riferimento all’interno e all’esterno degli esseri umani. Si giunge così alla negazione di ogni prospettiva futura, l’unica realtà possibile e assoluta è il presente, mentre il futuro viene vissuto soltanto come una minaccia. Il terzo lungometraggio del regista statunitense Tim Sutton è un potente, spaventoso e disturbante viaggio ipnotico, ispirato al drammatico fatto di cronaca nera del 2012, avvenuto nella cittadina di Aurora (Colorado), quando nella notte tra il 19 e il 20 luglio James Holmes, ex dottorando di neuroscienze ventiquattrenne, aprì il fuoco durante la proiezione della prima del film “Il cavaliere oscuro – Il ritorno”, uccidendo 12 persone e ferendone altre 58.

“Dark Night”, risultato di un gioco linguistico col titolo originale del film di Nolan “The Dark Knight Rises”, viene guidato sapientemente dalle musiche della compositrice Maica Armata e raffigura l’ennesimo affresco di una provincia americana vuota di ideali. Scorre sullo schermo la quotidianità (delimitata proprio a quel giorno, il 19 giugno precedente alla strage) di alcuni giovani ragazzi, destinati poi a divenire le vittime dell’attentato e anche quella di James Holmes, destinato a divenire l’autore di un atto terrificante e spaventoso. Le azioni del carnefice e delle vittime però si somigliano, tutto viene mostrato come un insieme di oggetti, dove anche i ragazzi finiscono per divenire tali. Una quotidianità vissuta nel benessere economico e nella noia più profonda, oggetti che si mischiano ad altri oggetti, dove l’alienazione è l’unico effetto legante. Azioni ripetute, una certa fascinazione per le armi, un numero infinito di selfie e la cura esagerata per il proprio corpo, capelli colorati con tonalità fluorescenti, esperienze di droga o amicizie soltanto virtuali, il tutto privo del benché minimo progetto o finalità. “Dark Night” è un film di estrema violenza senza mai però mostrarla direttamente, si ha la sensazione che qualcosa esploderà o degenererà da un momento all’altro. Ti trascina su un piano inclinato dove un futuro tragico e doloroso è inevitabile. Facile trovare un’assonanza tra “Dark Night” ed “Elephant” di Gus Van Sant, ma Sutton aveva già dimostrato anche con “Pavilion” e “Memphis” di possedere un proprio stile, una propria poetica. “Memphis” era stata una delle sorprese più piacevoli del progetto Biennale College di Venezia degli ultimi anni, mentre “Dark Night” aveva presenziato al Sundance Film Festival nel 2016 e nello stesso anno alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia. È stato quindi distribuito la scorsa settimana nelle sale italiane grazie a Mariposa Cinematografica.

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